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domenica 1 ottobre 2017

Michel Foucault :: Soggettività e verità. Corso al Collège de France (1980-1981) - Feltrinelli


Il continente della sessualità è al centro di questo corso di Michel Foucault. Dopo aver studiato l'età moderna in libri e lezioni memorabili, Foucault fa un passo indietro di alcuni secoli e si rivolge al mondo antico. 

Lo fa per cogliere alla radice il delinearsi di un intero campo di pratiche e riflessioni che nell'antichità classica investono il corpo, i suoi piaceri, le turbolenze che l'esperienza dell'erotismo impone al soggetto. Foucault studia un ampio spettro di testi e documenti classici: medici, pedagogici, morali, religiosi. Tra il IV secolo a.C. e il II secolo d.C. questo insieme di riflessioni definisce un universo di atti sessuali, gli aphrodisia di cui parlano i greci, i veneria di cui parlano i latini, che si annunciano con precise caratteristiche: la violenza del desiderio, l'intensità del piacere che vi si accompagna, la passività del soggetto a fronte di queste forze intime quanto estranee, la difficoltà e insieme la necessità di governare questo insieme di esperienze soverchianti. Ciò che Foucault mostra, risalendo alla radice di queste riflessioni sulla sessualità, è che nell'evento sconcertante degli aphrodisia il mondo antico ha pensato che il soggetto sia chiamato a riconoscere una verità che lo riguarda intimamente, una verità che egli dovrà interrogare e approfondire, una verità preziosa quanto sfuggente, enigmatica quanto pericolosa. Primo lontano annuncio, per Foucault, di quanto verrà ereditato dalla riflessione successiva e dalle forme di vita occidentali, in una sostanziale continuità fatta di lenti slittamenti, trovando ad esempio nella prima morale del cristianesimo e nell'istituzione della confessione, o nell'invenzione moderna della psicoanalisi e del colloquio psicoanalitico, due lontane e sorprendenti riconfigurazioni.


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domenica 1 maggio 2016

LA SOCIETÀ' PUNITIVA - Michel Foucault @ Feltrinelli, 2016

Michel Foucault
La Società punitiva
Feltrinelli, 2016

Per gentile concessione dell’editore, ne proponiamo qui alcuni estratti

Il controllo del tempo è uno dei punti fondamentali di questo sovra-potere che il capitalismo organizza attraverso il sistema statale. Anche al di fuori delle istituzioni di sequestro concentrato, collegio, fabbrica-prigione, casa di correzione – dove l’impiego del tempo costituisce un elemento essenziale […] – il controllo, la gestione, l’organizzazione della vita degli individui [rappresentano] una delle cose fondamentali istituite all’inizio del XIX secolo. Si e dovuto controllare il ritmo con cui la gente voleva lavorare. […] Si sono dovuti mettere al bando la festa, l’assenteismo, il gioco e soprattutto la lotteria […]. Si è dovuto insegnare all’operaio quella qualità chiamata previdenza, renderlo responsabile di se stesso fino alla morte, mettendogli a disposizione delle casse di risparmio. Ora, tutto questo, che nella letteratura dell’epoca è presentato come apprendimento di qualità morali, significa in definitiva l’integrazione della vita operaia al tempo di produzione, da una parte, e al tempo del risparmio, dall’altra. Il tempo della vita, che poteva essere scandito dallo svago, dal piacere, dalla fortuna, dalla festa, ha dovuto essere omogeneizzato per essere integrato a un tempo che non è più quello dell’esistenza degli individui, dei loro piaceri, dei loro desideri e del loro corpo, ma quello della continuità della produzione, del profitto. Si è dovuto gestire e assoggettare il tempo dell’esistenza degli uomini a questo sistema temporale del ciclo di produzione. […]
All’apparenza, queste istituzioni sono destinate a essere monofunzionali: il collegio istruisce, la fabbrica produce, la prigione applica una pena, l’ospedale cura; e in linea di principio non si capisce perché il collegio dovrebbe chiedere al bambino qualcosa di diverso dall’apprendere, l’ospedale qualcosa di diverso dal guarire ecc. Tuttavia esiste un supplemento di costrizione, indispensabile all’esistenza di queste istituzioni. Il discorso che attraversa il regolamento di una manifattura non e mai: «Lavorate e, fuori dal lavoro, fate quel che volete»; il discorso della scuola non consiste mai nel dire: «Imparate a leggere, a scrivere, a fare i calcoli, ma se preferite potete anche non lavarvi». In realtà queste istituzioni si fanno carico del controllo diretto o indiretto dell’esistenza. […] Si potrebbe dire che queste istituzioni di sequestro siano «in-discrete» nella misura in cui si occupano di ciò che non le [riguarda] direttamente. […]. Non è certo la prima volta che il comportamento individuale entra nel discorso, e non è stato necessario aspettare queste istituzioni di sequestro perché il quotidiano, l’esistenza nella sua intimità, sia effettivamente ripreso all’interno di un sistema di discorsività. Dopotutto, la confessione cattolica è una delle maniere di farlo entrare in un tipo di discorsività. Ma essa è caratterizzata dal fatto che è il soggetto stesso a parlare; non lascia mai nessun archivio; e la discorsività a cui la confessione dà luogo è inserita nel quadro di qualcosa come una casistica. Ora, ciò che vediamo comparire nel XIX secolo è tutt’altro: è una discorsività che riprende il quotidiano, l’individuale, l’intimo, il corporeo, il sessuale in un certo spazio definito da istanze di sequestro. […] Mentre la confessione verte sempre su un caso – cosa è successo in questa o quella circostanza –, la discorsività che nasce all’interno di queste tecniche generali di sequestro seguirà l’individuo dalla nascita alla morte e sarà il discorso della sua intera esistenza. […].

In breve, [la tesi prevalente era che] alla crescita del capitalismo corrispondeva tutta una serie di movimenti di sedizione popolare, ai quali il potere della borghesia avrebbe risposto con un nuovo sistema giudiziario e penitenziario. Ma non sono sicuro di aver impiegato a ragione il termine «plebe sediziosa». Mi sembra infatti che il meccanismo che ha portato alla formazione di questo sistema punitivo è in un certo senso più profondo e più grande di quello del semplice controllo della plebe sediziosa. Ciò che la borghesia ha chiesto all’apparato di Stato di controllare tramite il sistema penitenziario è qualcosa di cui la sedizione rappresenta solo un caso particolare, è un fenomeno più profondo e più costante: l’illegalismo popolare. Mi sembra che, fino alla fine del XVIII secolo, un certo illegalismo popolare non solo era compatibile con, ma utile allo sviluppo dell’economia borghese; finché è arrivato un momento in cui questo illegalismo, che funzionava in connessione con lo sviluppo dell’economia, è diventato incompatibile con esso. […] In fondo, la borghesia, appoggiandosi sia su un illegalismo dei privilegiati, di cui tentava di farsi accordare i privilegi, sia su un illegalismo popolare, che costituiva, per cosi dire, la sua avanguardia di lotta, e riuscita a sovvertire le forme giuridiche […]. Guardando le cose da un punto più elevato, si potrebbe dire questo: per controllare l’apparato giuridico dello Stato, dal Medioevo in poi la borghesia ha inventato tre mezzi. In primo luogo, appropriarsi dell’apparato giudiziario: vale a dire la venalità delle cariche. In secondo luogo, introdursi nell’apparato di Stato e amministrarlo. In terzo luogo, far praticare l’illegalismo: lasciare che lo praticassero gli altri strati sociali, in modo da poterlo praticare a sua volta in un sistema funzionale degli illegalismi concertati e, grazie a ciò, sovvertire quella legalità che aveva potuto favorirla ma che aveva assunto un peso eccessivo. […] Quando prenderà il potere, la borghesia metterà mano a questo apparato, amalgamato al sistema generale degli illegalismi, e lo incaricherà di far applicare la sua legalità. Cosi, questo elemento del penitenziario, che a mio avviso funzionava nella rete del non-legale, sarà preso in carico e integrato al sistema della giustizia, esattamente nel momento in cui la borghesia non potrà più tollerare l’illegalismo popolare. […]
Ciò che ha trasformato la penalità alla svolta del secolo è l’adeguamento del sistema giudiziario a un meccanismo di sorveglianza e di controllo; è la loro integrazione comune in un apparato di Stato centralizzato; ma è anche la creazione e lo sviluppo di tutta una serie di istituzioni (para-penali e a volte non penali) che dovevano servire da punto d’appoggio, da avamposto o da forme ridotte all’apparato principale. […] In un passo delle Lezioni sulle prigioni Julius opponeva le civiltà dello spettacolo (civiltà del sacrificio e del rituale in cui si offre a tutti lo spettacolo di un evento unico e in cui la forma architettonica principale è il teatro) alle civiltà della sorveglianza (in cui bisogna assicurare a qualcuno un controllo ininterrotto sul maggior numero di persone; forma architettonica privilegiata: la prigione). E aggiungeva che la società europea che aveva sostituito lo Stato alla religione offriva il primo esempio di una civiltà della sorveglianza. Il XIX secolo ha fondato l’era del panoptismo. […]
Si è sempre abituati a parlare della «stupidità» della borghesia, ma mi chiedo se il tema della stupidità borghese non sia un tema per intellettuali: quelli che si immaginano che i commercianti siano ottusi, gli uomini con i soldi siano cocciuti e gli uomini di potere ciechi. Contrariamente a questa credenza, invece, la borghesia è di un’intelligenza notevole. La lucidità e l’intelligenza di questa classe che ha conquistato e conservato il potere nelle condizioni che sappiamo producono certo degli effetti di stupidità e di accecamento, ma dove se non appunto nella massa degli intellettuali? Gli intellettuali si possono definire come coloro su cui l’intelligenza della borghesia produce un effetto di accecamento e di stupidità. (Continua)

venerdì 10 aprile 2015

Roberto Ciccarelli: Michel Foucault, l’invenzione della conoscenza @ Il Manifesto, 07Apr2015

Michel Foucault, l’invenzione della conoscenza

- Roberto Ciccarelli, 07.04.2015

@ Il Manifesto READ MORE

Filosofia. «Lezioni sulla volontà di sapere», uscito per Feltrinelli, propone i testi del primo corso svolto al Collège de France nel 1970. Conflitto tra verità e potere e la confutazione delle teorie di Freud sono alcuni «cavalli di battaglia» dello studioso
«In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari, c’era una volta un astro su cui animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante
e menzognero della storia universale». È uno dei passaggi folgoranti, dall’ironia crudele e maestosa, di Nietzsche che riflette Su verità e menzogna in senso extra-morale. Il filosofo tedesco, a cavallo di un’iperbole, ci porta all’altezza del Big Bang. Nella finzione così concepita scrive un romanzo sarcastico contro una delle verità tramandate della nostra cultura: l’Uomo esiste per conoscere. Tutto questo è falso.

Un’amicizia stellare
Per rendere il tono usato da Michel Foucault nelle Lezioni sulla volontà di sapere, tradotte da Carla Troilo e Massimiliano Nicoli (Feltrinelli, a cura di Pier Aldo Rovatti, pp. 352, 35 euro) bisogna andare a pagina 219 di questo libro e leggere la lezione su Nietzsche. È un testo contenuto in una delle ampie appendici riprodotte nel volume insieme ai testi ricostruiti del primo corso svolto al Collège de France nel 1970.
Quella su Nietzsche è una lezione fondamentale, scritta nervosamente, quasi scalettata, frusta. Gli argomenti sono esposti per punti, pronti per essere pronunciati davanti ad un pubblico. Sono i mesi in cui più intenso procede il corpo a corpo con il filosofo tedesco. Foucault ha fatto il suo ingresso al Collège de France, il pantheon dell’accademia di Francia, introdotto dal matematico epistemologo
e filosofo analitico Jules Vuillemin, titolare della cattedra di «filosofia della conoscenza». Lui, invece, scelse per sé l’insegnamento di «storia dei sistemi di pensiero», come spiegò nella lezione inaugurale L’ordine del discorso, pubblicata in Italia da Einaudi.
L’amicizia stellare con Nietzsche, per usare un’espressione amata da questo filosofo, viene rinsa- ldata sin dalle prime pagine dei corsi che dureranno fino al 1984, l’anno della morte di Foucault. Con Gilles Deleuze, Pierre Klossowski, l’autore di Le parole e le cose o Sorvegliare e Punire è stato tra
i promotori e interpreti della Nietzsche-renaissance che, negli anni Sessanta, pose al centro dell’attenzione un Nietzsche riletto alla luce del pensiero della differenza. Un approccio che lo sottrasse dalla morsa della filosofia dell’Essere di Heidegger, come del pensiero negativo, per non parlare delle letture alla György Lukács che aveva ridotto il filosofo tedesco, e le sue contraddizioni, ad un anticipatore dell’irrazionalismo e del fascismo europeo. Libri come Nietzsche e il circolo vizioso (Klossowski), Differenza e Ripetizione (Deleuze) e un saggio come Nietzsche, la genealogia e la sto- ria cambiarono radicalmente il piano della discussione. Ancora oggi sono un giacimento unico per la riflessione filosofica e per quella politica sull’immanenza.
Le Lezioni sulla volontà di sapere nascono in questa temperie che ha segnato a fondo il pensiero critico e radicale negli ultimi 40 anni. E segneranno anche quell’immensa opera, oggi emersa e pubblicata, che è la ricerca contenuta nei tredici corsi al Collège de France.

Riso, disprezzo, disgusto
Orientandosi nei frammenti raccolti nella contestata antologia postuma La volontà di potenza, così come tra le maggiori opere di Nietzsche come la Genealogia della morale, Foucault chiarisce il significato dell’espressione «volontà di sapere». Un concetto che non è assimilabile né alla conoscenza, né alla «volontà di verità» che Heidegger assimilava alla «volontà di potenza», in questo seguendo Nietzsche.
Per Foucault, il sapere implica un doppio rapporto: agli oggetti della conoscenza e al sé conoscente. Sin dall’età classica, questo rapporto si è espresso attraverso il discorso sulla razionalità che ha separato il razionale dal non razionale, il normale dal patologico. In questa cornice il sapere esprime la volontà di dare un ordine al mondo e di governare gli individui. Il suo obiettivo è disciplinare il mondo attraverso la produzione di saperi che disciplinano il potere stesso. Non si tratta di «conoscere», ma di «sussumere, schematizzare, intendersi e calcolare». Il conoscere è dunque il risultato del dominio delle cose e del disciplinamento delle persone.
Da questi brevi tratti si comprende la centralità del nesso tra sapere e potere. Foucault lo spiega studiando Nietzsche da cui trae anche una definizione immanente, e non egoistica, del conoscere. «Necessaria prima di tutto: la gioia di ciò che esiste», scrive Nietzsche. E ancora: «L’istinto conoscitivo, toccati i propri confini, si rivolge contro se stesso per passare alla critica del sapere, la conoscenza al servizio della migliore delle vite. L’uomo stesso deve volere l’illusione – in questo sta il tragico. L’enorme e indiscriminato impulso verso una conoscenza a sfondo storico è un segno che la vita è invecchiata».
Istinto di appropriazione
Prima di leggere il corso è fondamentale partire da un assunto: la conoscenza non si trova in natura e non costituisce il più antico istinto dell’uomo. Non è la fame, non è la sete, non è il sesso. In quell’antro buio del tempo, prima che ogni cosa abbia inizio e mentre ogni cosa diviene, non c’è la garanzia esterna di un intelletto divino. Per Nietzsche la conoscenza non è il fuoco rubato da Prom- eteo per illuminare il mondo. E non è nemmeno il frutto dell’imitazione dell’intelligenza umana che ricorda uno spettacolo divino.
Le cose che l’uomo ha trovato nel mondo sono terribili, caotiche, crudeli. Non esistono per noi, né mostrano un volto intellegibile che attende di incrociare il nostro sguardo in attesa di nascere. Il mondo non parla la lingua umana, non segue il nostro ordine, non risplende nel concatenamento, nella forma, nella bellezza, nella sapienza che hanno ispirato l’arte, la filosofia o la politica. La conoscenza è un’invenzione ed è il risultato della cattiveria, del ridere, del disprezzo, del disgusto che si protegge contro la dismisura della vita. Dietro quell’invenzione che ha portato a credere che la conoscenza sia un esercizio accademico, o il dono di una capacità pratica nell’affrontare gli eventi, si nasconde un gioco di istinti, impulsi, desideri, timore, volontà di appropriazione.
Questa è la scena descritta da Foucault nel 1970. Qui si affrontano le spinte che producono una «conoscenza» sempre asservita o dipendente. La volontà di sapere è sempre interessata: non solo a se stessa, ma a ciò che è suscettibile di interessare l’istinto o gli istinti che la dominano.
Il nome di Edipo
Foucault commenta i grandi testi della Grecia antica: Esiodo, Aristotele, Omero, Sofocle, i sofisti. E riflette su alcuni dei loro interpreti: Kant, Spinoza e Nietzsche. Un intero capitolo, ammirevole,  è dedicato all’Edipo Re di Sofocle che attesta in maniera emblematica il conflitto che ha prodotto una certa idea di conoscenza. L’oracolo di Delfi predisse a Laio che sarebbe stato ucciso da suo figlio, il quale avrebbe anche sposato sua madre Giocasta. Laio cerca di sottrarsi a questo destino e, dopo avere effettivamente concepito un bambino con Giocasta, lo affida ad un servo. Il bambino, salvato da un pastore, viene consegnato alla moglie del re di Corinto. Arrivato all’età adulta Edipo, credendo a sua volta di fuggire dall’oracolo, incontra sul suo cammino Laio. E lo uccide dopo una rissa. Finirà per sposare Giocasta dalla quale avrà quattro figli. Su Tebe si abbatte la peste. Edipo interroga Tiresia, mentre un servo gli rivela le sue vere origini. Giocasta si uccide, Edipo si acceca.
Se per i greci Edipo è l’eroe tragico della dismisura, per Freud è l’eroe colpevole di desiderare inconsciamente sua madre al punto da uccidere il padre. Nel 1896 Edipo diventa l’eroe borghese della psicoanalisi:colui che destituisce e uccide il padre, si impossessa della proprietà, gode al suo posto ed esprime la volontà di fondersi con sua madre, figura originaria e passiva di tutti gli affetti.
Foucault critica la reinvenzione freudiana del mito di Edipo e sostiene che la tragedia mette in scena lo scontro tra saperi e poteri: la procedura giudiziaria dell’inchiesta, la legge divinatoria, la sovranità e la sua trasgressione, i saperi degli uomini umili (i servi, i pastori) contro la conoscenza enigmatica dell’oracolo. L’elemento più importante è quello politico. Ciò che scompare con Edipo è l’antica forma del Re orientale, il Re-tiranno che governa la città con il suo sapere. La sua caduta rivela la natura di ogni sovranità. Edipo, infatti, si acceca per non vederne i delitti. La conoscenza rivela quanto il potere sia fondato sull’ingiustizia e non sulla purezza, sul disinteressamento, sulla coscienza.
Invece di comprendere a fondo questo atroce conflitto, il sapere occidentale rimuove questa verità. Edipo è diventato il segno di questa rimozione. Trasformato dal mito, questo personaggio cerca di allontanarsi dalla tremenda verità della vita. «Edipo non racconta la verità sui nostri istinti e sui nostri desideri — spiega Foucault — ma un sistema di costrizione al quale obbedisce il discorso della verità in tutte le società occidentali».
Cosa può un corpo
Le lezioni sulla volontà del sapere sono la prima incursione strutturata nel sapere antico da parte di Foucault. Negli ultimi anni di vita, il filosofo sviluppò l’analisi del potere oltre l’epistomologia storica che aveva ispirato Le parole e le cose o L’archeologia del sapere. Lo studio del sapere greco-romano lo portò a formulare un’idea della politica come esperienza dei corpi, cioè come esercizio etico di sé e della potenza di esistere. Della filosofia greca Foucault valorizza le «tecniche del sé» e i «processi di soggettivazione» elaborati per governare la vita sessuale. Al centro del suo interesse non c’è più il soggetto cartesiano della razionalità disincarnata, ma quello che conosce nonostante se stesso. Il sapere, ora, serve a conoscere le possibilità di un corpo.
Queste sono le basi del confronto critico con la psicoanalisi condotto dal 1970 in poi. Non è un caso che il primo volume della trilogia sulla Storia della sessualità abbia un titolo simile a quello del corso del 1970: la Volontà di sapere. Quattro anni dopo, nel 1980, Foucault avrebbe aperto con il corso sul governo dei viventi il laboratorio per costruire una genealogia alternativa alla filosofia della coscienza che domina il sapere occidentale. Il campo di battaglia è la sessualità. Il suo avversario è il potere simbolico di una sovranità perduta: la legge del padre.

© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE 

mercoledì 18 febbraio 2015

Mauro Bertani, Daniel Defert, Alessandro Fontana, Thomas C. Holt Textes réunis par Jean-Claude Zancarini: Lectures de Michel Foucault. Volume 1: À propos de « Il faut défendre la société » - ENS Éditions (30 janvier 2014) - Format Kindle


  • Lectures de Michel Foucault. Volume 1: À propos de 

    « Il faut défendre la société »


    Mauro Bertani, Daniel Defert, Alessandro Fontana, Thomas C. Holt
    Textes réunis par Jean-Claude Zancarini

  • Format : Format Kindle
  • Taille du fichier : 1714 KB
  • Nombre de pages de l'édition imprimée : 115 pages
  • Editeur : ENS Éditions (30 janvier 2014)
  • Langue : Français

Les contributions réunies dans ce volume constituent une des premières tentatives pour prendre en compte la nouveauté qu’entraîne la mise à la disposition du public des cours de Foucault au Collège de France. Dans « Il faut défendre la société», Foucault envisage les questions du pouvoir, de la guerre comme analyseur des rapports de pouvoir et fait la généalogie du discours historico-politique de la guerre des races, depuis ses prémisses au XVIe siècle jusqu’à sa transformation en racisme d’état au XXe siècle. L’objectif visé par ces Lectures de Michel Foucault n’est pas de soumettre l’analyse de ce dernier à la grille d’un commentaire érudit, mais de problématiser le lien entre le discours historique de la guerre des races, aux XVIIe et XVIIIe siècles, et le racisme biologique de la fin du XIXe siècle, à travers l’hypothèse générale du développement du bio-pouvoir en Occident. Il s’agit ici avant tout, au-delà de toute volonté d’exégèse célébrative, d’ouvrir des voies nouvelles de réflexion qui prolongent parfois, mais aussi déplacent ou contestent, les pistes tracées par Foucault. On lira dans ce livre des contributions sur la généalogie des concepts foucaldiens - notamment celui de bio-pouvoir - leur mode d’articulation et la perspective militante dans laquelle ils s’inscrivent (M. Bertani et A. Fontana) ; une interrogation sur la nature du tournant que représente ce cours dans la pensée de Foucault (D. Defert) ; une réflexion sur l’articulation du problème politique du pouvoir et de la question historique de la race qui met en évidence la nécessité, pour que cette « généalogie du racisme» puisse aboutir, de faire intervenir l’histoire de la traite des noirs et du système esclavagiste (T. C. Holt) ; enfin, parce que ces réflexions furent, à l’origine, menées dans une journée d’étude passionnée, on y trouvera les interventions d’autres chercheurs sur ces hypothèses, ces analyses et ces questions.

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giovedì 19 dicembre 2013

Michel Foucault - La Société punitive- Gallimard, Fr, 2013



Michel Foucault


La Société punitive
Cours au Collège de France (1972-1973)

Gallimard - Seuil
Hautes Etudes
2013


« Malheureusement, quand on enseigne la morale, quand on fait l’histoire de la morale, on explique toujours lesFondements de la métaphysique des mœurs et on ne lit pas [Colquhoun], ce personnage fondamental pour notre moralité. Inventeur de la police anglaise, ce marchand de Glasgow […] s’installe à Londres, où des sociétés de navigation lui demandent en 1792 de résoudre le problème de la surveillance des docks et de la protection de la fortune bourgeoise. » [C’est un] problème essentiel […] ; pour comprendre le système de moralité d’une société, il faut poser la question : Où est la fortune ? L’histoire de la morale doit s’ordonner entièrement à cette question de la localisation et du déplacement de la fortune. »
Michel Foucault


Prononcées au Collège de France au premier trimestre 1973, ces treize leçons sur la « société punitive » examinent la façon dont se sont forgés les rapports de la justice et de la vérité qui président au droit pénal moderne, et questionnent ce qui les lie à l’émergence d’un nouveau régime punitif qui domine encore la société contemporaine.
Ce cours, supposé être préparatoire à l’ouvrage qui paraîtra en 1975, Surveiller et Punir, se déploie tout autrement, au delà du système carcéral, englobant l’ensemble de la société à économie capitaliste, au sein de laquelle s’innove une gestion particulière de la multiplicité des illégalismes et de leur imbrication.
Cet essai à part entière brasse un matériel historique jusque-là inédit, concernant l’économie politique classique, les Quakers et « Dissenters » anglais, leur philanthropie ? eux dont le discours introduit le pénitentiaire dans le pénal ?, puis la moralisation du temps ouvrier. Michel Foucault livre par sa critique de Hobbes une analyse de la guerre civile, qui n’est pas la guerre de tous contre tous mais une « matrice générale » permettant de comprendre le fonctionnement de la stratégie pénale dont la cible est moins le criminel que l’ennemi intérieur.
La Société punitive se place parmi les grands textes qui relatent l’histoire du capitalisme. Nos sciences de l’homme se révèlent être, au sens nietzschéen, toujours des « sciences morales ».

domenica 14 aprile 2013

Stefania Ferrando - Michel Foucault, la politica presa a rovescio. La pratica antica della verità, nei corsi al Collège de France - Franco Angeli, It, 2012



Michel Foucault, la politica presa a rovescio. La pratica antica della verità, nei corsi al Collège de France

Stefania Ferrando
Franco Angeli Editore - 2012

C'è qualcosa su cui la politica non riesce ad avere presa. In alcuni luoghi di esperienza, come il crimine, la follia o i rapporti tra i sessi, prendono forma delle questioni cui la politica è chiamata a rispondere, senza però poterlo fare mai del tutto. Sono problemi che le restano inassimilabili e che aprono, forse, la possibilità di una diversa vita politica. È attorno a queste esperienze che ruota la pratica di pensiero di Michel Foucault, così com'è ricostruita e interrogata in questo volume, sulla base dei Corsi al Collège de France, dei Detti e scritti e di altri materiali, inediti. Deciso a fuoriuscire da una filosofia che vuole dettare la sua legge alla realtà, Foucault cerca un nuovo modo di rapportare pensiero, discorso e prassi, e si rivolge ora alla pratica della critica, ora a quella del dir vero dicendolo tutto o, ancora, alla filosofia antica. La posta in gioco è pensare "una politica intesa come un'etica": ma quali sono le sue condizioni, le sue potenzialità e i suoi limiti? Ecco le domande che il libro affronta in un corpo a corpo con l'opera foucaultiana.

Stefania Ferrando è dottoranda in filosofia politica all'Università di Padova e all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi (GSPM/Institut Marcel Mauss). Ha pubblicato alcuni saggi sui rapporti tra etica, politica e psicoanalisi.

Prefazione
Parte I. Illuminismo e criticaPolitica della verità nell'Illuminismo
(Intrecciare diversamente il pensiero e la realtà; Kant, dalla critica all'Aufklärung; Regimi di verità; "Un'analisi non più delle rappresentazioni del potere, ma del suo funzionamento reale")
L'inassimilabile dalla politica
(Volontà e comunità d'azione; Spiritualità politica. La rivoluzione iraniana; Differenze che non fanno differenza: la governamentalità liberale)
Le pieghe della critica: noi, attualità, ethos
(Pensare nell'attualità; Per chi è il presente?)
Parte II. Estetica dell'esistenza e parrêsia democraticaVita, spiritualità e problematizzazione
(I Greci nella modernità; La cura di sé come un capitolo della storia della verità; Una via stretta per la filosofia. Socrate e la materialità dei discorsi)
Politica come esperienza e politica istituita: il campo della parrêsia
(Politeia e dunasteia. Riproduzione e produzione politica; Parrêsia: il dir vero dell'ethos; Verità, libertà e rapporto alle norme. Cristianesimo antico e grecità; Il governo della differenza e l'estetica dell'esistenza)
I piaceri e il gioco delle differenze in democrazia
(Erotismo politico; Può la democrazia sopportare la verità?)
Parte III. La parrêsia filosoficaSocrate e la vita della città
(Un altro Socrate; Il soggetto nella politica; Educazione, vita della città e vita filosofica)
Le Lettere di Platone. Ascoltare la polis, governare chi governa
(La voce della politeia; Il reale della filosofia: il filosofo consigliere; La volontà filosofica e la scrittura della città)
Lo specchio incrinato: cinici, immaginazione e critica
(I cinici e l'osceno del vivente; Diogene il cinico, Ipazia d'Alessandria: l'immaginazione politica)


domenica 23 dicembre 2012

Michele Spanò: L'ignota tragedia della soggettività @ Il Manifesto, Ita, 15 dicembre 2012


Pubblicati due volumi che raccolgono altrettanti seminari tenuti dal filosofo francese alla Sorbona e all'università cattolica di Lovanio negli anni Ottanta. Tasselli che vanno a comporre un percorso di ricerca attorno al rapporto tra verità e governo

Si racconta che Michel Foucault, interrogato da un giovane studente sui fatti del terrorismo italiano, abbia risposto: «L'importante, oggi, è soprattutto San Crisostomo». L'aneddoto è il miglior viatico alla lettura del corso «Del governo dei viventi» (tenuto presso il Collège de France tra il 1979 e il 1980. il volume è stato pubblicato con il titolo Du gouvernement des vivants, Seuil, pp. 400, euro 26) e del seminario "Mal faire dire vrai", tenuto nel 1981 presso l'Università di Lovanio e pubblicato dalla Presses Universitaires de Louvain (euro 30). 


I due testi, che una felice congiuntura editoriale ha voluto fossero pubblicati insieme, sono infatti un'occasione preziosa per tornare sulle questioni - centrali nell'ultima riflessione foucaultiana - del rapporto tra governo e verità, e, dunque, sulla relazione di assoluta transitività che lega, nell'immanenza di un'ellisse, assoggettamento e soggettivazione, etica e politica (e - come emerge da questi testi - perfino quella bestia nera foucaultiana che è il diritto). La «quinta» su cui si apre il corso è una sala del palazzo imperiale di Settimio Severo. L'attenzione di Foucault è catturata dal curioso rapporto tra uno spazio destinato all'esercizio del potere e all'amministrazione della giustizia e il suo soffitto, coperto dal cielo stellato, dipinto celando la configurazione astrale che diede i natali all'imperatore. La volta del cielo trapunta di stelle testimonierebbe di un più decisivo rapporto tra il logos cosmico e le sentenze pronunciate dall'imperatore: il governo di Settimio Severo segue una curva che va dagli astri al mondo, qualificandosi, dunque, come uno speciale modo di esercitare il potere cui si accompagna, o attraverso cui si esprime, la manifestazione dell'ordine vero del mondo. Questa bizzarra ouverture offre il destro a Foucault per introdurre un tema che ha più di qualche elemento di continuità con le sue riflessioni precedenti e che si rivelerà in ogni caso decisivo in quell'opera di infinito ritorno sul proprio gesto filosofico. Se, anche nei corsi dedicati alla governamentalità, la ricerca foucaultiana era stata centrata sull'analisi delle ragioni per cui non è possibile governare senza possedere un'accurata conoscenza dell'ordine delle cose e della condotta degli uomini, questa necessità di natura economica e amministrativa si rivela solo una prestazione possibile di quella più cruciale relazione che lega l'esercizio del potere alla manifestazione della verità. 



Un antidoto all'utilitarismo
La verità del cielo stellato di Settimio Severo eccede infatti le conoscenze utili al governo. Si tratta, perciò, di una verità esorbitante e supplementare, il cui modo di manifestarsi non risponde che in minima parte ai modelli epistemici classici. Esisterebbe infatti - aldilà di ogni conoscenza razionale - una manifestazione pura del vero: non una verità da stabilire o da fissare e neppure una verità che semplicemente si oppone al falso. La verità di cui si tratta qui è quella che sorge sullo sfondo dell'ignoto e dunque l'operazione che la concernerà non risponderà all'ordine dell'organizzazione di un sapere in funzione dell'esercizio del governo; essa investirà piuttosto un rituale di manifestazione della verità che ha bensì un rapporto con l'esercizio del potere, ma assai diverso tanto dalla semplice utilità che dal puro calcolo.
Quella che Foucault addita è dunque una fondamentale coappartenza tra esercizio del potere e manifestazione di verità. Non c'è egemonia senza aleturgia (ossia una manifestazione rituale di verità): laddove c'è del potere e laddove si vuole che ce ne sia, là deve esservi manifestazione di verità. L'ipotesi che guida il corso è dunque quella di indagare i modi e le forme di un governo degli uomini attraverso la verità. Operazione che finirà per implicare anche la sovversione di quel nesso tra sapere e potere che tanta parte aveva avuto nelle ricerche foucaultiane. L'imperativo dell'indagine sembra quello, testualmente, di sbarazzarsi di questa griglia interpretativa. Se i corsi precedenti avevano messo in cantiere la revisione del concetto di potere attraverso quello di governamentalità, prima, e di governo, dopo, si tratta adesso di cimentarsi con uno speculare rimaneggiamento della nozione di sapere nella direzione del problema della verità: non si possono infatti dirigere gli esseri umani e le loro condotte senza compiere delle operazioni nell'ordine del vero, tali da eccedere sempre ciò che è necessario e utile. Foucault sembra insomma operare una correzione rispetto a La volontà di sapere, arrivando a sostenere che, se il potere non si riduce alla sua dimensione biopolitica, è proprio in virtù di questo cerchio aleturgico costantemente tracciato attorno al proprio esercizio.

La peripezia di Edipo
Seguendo questa intuizione - tanto nel corso che nel seminario - Foucault propone una lettura aleturgica di Edipo re. Se ogni tragedia greca è un'aleturgia, allora Edipo re è una sorta di aleturgia di secondo grado: essa allo stesso tempo produce e rappresenta (performa) una veridizione. C'è di più: giusta la riduzione aristotelica degli elementi chiave della tragedia alla peripezia e al riconoscimento, l'Edipo propone un percorso à rebours che va dal riconoscimento (della verità) alla peripezia (il modo in cui la verità si è prodotta). E l'intento foucaultiano è precisamente quello di isolare l'insieme di tecniche e procedure attraverso le quali si produce e si manifesta la verità della tragedia nell'intreccio drammaturgico di verità e veridizioni multiple: il potere - è questa la lezione di Edipo - si esercita attraverso una manifestazione di verità secondo la forma della soggettività, con effetti di salvezza per ciascuno e per tutti. 
Proprio il rapporto tra verità e soggettività si guadagna il centro della scena del corso. Se esiste un modo di affrontare filosoficamente la politica che consiste nel domandarsi che cosa sia possibile dire del potere che lo assoggetta una volta che il soggetto si sia volontariamente sottomesso al legame con la verità attraverso un atto di conoscenza; esiste anche la possibilità di domandarsi, muovendo non già dal legame volontario alla verità quanto dalla stessa questione del potere, quale sia il rapporto tra il potere e il soggetto di conoscenza e quali effetti ciò abbia sul legame di verità cui questi si trova involontariamente sottomesso.
Non si tratta di allestire una critica della rappresentazione centrata sui dualismi del vero e del falso, scambiandoli per indicatori della legittimità del potere, ma di cogliere, nel movimento di separazione dal potere, indizi sul rapporto tra soggetto e verità. Non si tratta di un'epochè, ma del tentativo di non considerare nessun potere come dato, evidente o inevitabile, e quindi di non attribuirgli mai nessuna preventiva o intrinseca legittimità. Il rapporto tra soggetto e verità potrà essere indagato mostrando come in ultima istanza le relazioni di potere si reggano sul nulla. 
Foucault sta additando nulla di meno che la costitutiva contingenza di ogni rapporto di potere. Si tratta di un'attitudine insieme teorica e pratica che concerne la non accettabilità del potere come principio di intelligibilità del sapere. Foucault decide di chiamarla «anarcheologia»: se nessun concetto è necessario o essenziale, è tuttavia possibile e opportuno analizzare il fragile tessuto storico entro cui esso si situa. Si avrà così una triangolazione che conduce dalla pratica ai suoi effetti sulla struttura dei saperi, fino agli effetti che questi ultimi imprimono sull'esperienza stessa del soggetto.
La tecnologia del potere
Sembrano così - condensati nel bizzarro concetto di anarcheologia - riapparire e chiarirsi tutti gli elementi che compongono il composito quadro del metodo foucaultiano: il rifiuto degli universali, l'antiumanismo metodologico, l'analisi tecnologica dei meccanismi di potere e il continuo spostamento in avanti dei punti di non accettabilità. L'anarcheologia del sapere non è uno studio globale delle relazioni tra potere politico e conoscenza scientifica, ma un'analisi cocciuta dei regimi di verità e delle relazioni che legano la manifestazione di verità e le loro procedure ai soggetti che ne sono gli operatori, i testimoni o gli oggetti. Essa è quindi una storia della molteplicità dei regimi di verità e dei modi specifici in cui si istituisce il legame tra manifestazione e oggetto di verità che ciascuno di essi comporta. 
Foucault conduce perciò uno studio - o per lo meno la sua preparazione - di tutti quegli esercizi del potere che obbligano gli individui a farsi protagonisti di procedure aleturgiche. L'indagine si concentra sulla natura del rapporto tra soggetto di potere e soggetto attraverso il quale e per il quale la verità si manifesta. Questa inserzione del soggetto nel vivo dell'aleturgia verrà definito da Foucault - con un prestito dal lessico della penitenza - actus veritatis. L'esercizio del potere come governo degli uomini richiede, quindi, non solo atti di obbedienza, ma anche atti di verità e alla prima dovrà, di conseguenza, sempre accompagnarsi uno speciale modo di manifestare la propria verità di soggetti.
Se l'economia dogmatica è stata una forma eminente di pensare il rapporto tra governo degli uomini e regime di verità, allora il cristianesimo costituirà il quadro di verifica dell'ipotesi. Il regime di verità istituito dal cristianesimo non può infatti ridursi al dogma e alla credenza. Insieme e oltre al contenuto della credenza, esiste un atto di verità e, oltre e insieme alla professione di fede, esiste l'obbligo per gli individui di stabilire con sé stessi un rapporto di verità e insieme di produrre la propria verità con effetti che esorbitano l'ordine della conoscenza. 
L'atto di verità come atto di confessione è l'operatore esemplare che permetterà a Foucault di mostrare la tensione e il rapporto tra due regimi di verità interni al cristianesimo. Se la fede è l'adesione a una verità esterna e inattingibile, il cui piano di soggettivazione coincide con l'accettazione di un contenuto, nel caso della confessione la verità è conquistata grazie a uno scandaglio del fondo della propria anima. Foucault si propone quindi un più approfondito attraversamento del cristianesimo, cui - in un progetto che sembra solo parzialmente rispettato dal dettato del corso - cerca di dare corso attraverso lo studio dell'esame di sé, della confessione e della remissione dei peccati.

Tra penitenza e mortificazione
Il rapporto tra soggettività e verità implica un'organizzazione complessa di tecniche differenti utili a legare l'obbligo alla verità con la soggettività: la probatio sui nel battesimo, la pubblicatio sui nella penitenza e l'esplorazione degli arcana coscientiae nell'esame e nella direzione. Si tratta, nei tre casi, sempre di una relazione che associa la mortificazione di sé, il rapporto con un altro e la verità. Questa articolazione definisce i confini di una speciale forma di obbligazione che non avrebbe mai finito di attraversare la storia della soggettività, modellandola e trasformandola fino a oggi. Soggettività e verità non comunicano soltanto nell'accesso del soggetto alla verità, ma anche attraverso la flessione del soggetto sulla sua propria verità, mediata da speciali esercizi capaci di metterla in parola. Non è necessario essere Edipo, sembra sostenere Foucault, per essere obbligati a operare la propria autoaleturgia.
Questa istituzionalizzazione dei rapporti tra soggettività e verità attraverso l'obbligo a dire la verità su se stessi, non si sostiene tuttavia senza l'organizzazione di una forma specifica di potere. Foucault, chiudendo il corso, ritorna sul quadro che - nella stanza di Settimio Severo - rappresentava l'ordine celeste e quindi la verità del mondo, tenendo al contempo nascosta la configurazione astrale che celava il destino di Settimio. Se l'imperatore romano - con il cielo stellato sopra di lui - domandava così il segno e la promessa della perennità del suo potere a una verità del mondo depurata dalla verità su di sé, il cristiano, che non ha la verità del mondo sopra la testa, ma la verità di sé nel fondo del cuore, è perciò obbligato a manifestarla a un altro, secondo i modi e le forme di un'obbedienza che prolunga la sua ombra sulla nostra stessa contemporaneità. 
Quella «politica di noi stessi» su cui Foucault avrebbe cominciato a lavorare negli stessi anni, immaginando pratiche di soggettivazione all'altezza delle tecniche di assoggettamento che le fronteggiano, domanda di incominciare a disobbedire. In primo luogo a noi stessi.

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1) BlogPic: Ioannis Chrysostomos a.k.a. San Giovanni Crisostomo

martedì 18 dicembre 2012

Jules Vuillemin: Hommage à Michel Foucault @ Collège-de-France.fr


Hommage à Michel Foucault
Par Jules Vuillemin, professeur au Collège de France

Michel FOUCAULT
(15 octobre 1926 - 25 juin 1984)


La philosophie traditionnelle, y compris dans sa version contemporaine, je veux dire la philosophie analytique, admet et même institue un triple partage entre ce qui est raisonnable et ce qui ne l'est pas, entre le droit et la force, surtout entre le vrai et le faux ou du-moins, selon l'option sceptique de cette philosophie, entre l'apparence authentique et l'illusion.

C'est ce triple partage que l'œuvre de Michel Foucault met en question. Non que la conception traditionnelle de la raison, du droit et de la vérité soit, selon lui, restée aveugle à ses propres manquements et à ses propres faiblesses. Mais l'enquête doit porter sur le principe, non sur les péripéties de l'idéalisation par laquelle nous donnons une définition normative de la rationalité, des règles et de la science. Un tel principe est toujours un mensonge de piété, une contrainte qui se déguise en évidence, bref une « exclusion ».
Dés la thèse qui le rendit, d'emblée, célèbre, L'Histoire de la Folie aux XVIIe et XVIIIe siècles (1961), à travers l'établissement des critères qui servaient à décider du « renfermement », ce ne sont pas à proprement parler les abus que Michel Foucault dénonce : l'amalgame des motifs, la police des superstitions, des mœurs, et même du chômage. C'est d'abord et essentiellement le discours et particulièrement le discours médical dans lequel l'historien chasse et débusque pensées et systèmes de pensées qu'implicitement suppose le partage apparemment neutre et innocent qu'un Descartes fait entre la chose la mieux partagée que nous savons et les états prétendus d'exception : rêves, délires, tentations du malin génie.

Une histoire de la pensée, ainsi conçue, a pour matériaux principaux les archives plutôt que les textes, les institutions et les techniques plutôt que les théories. De même que les historiens fondateurs des Annales avaient déplacé l'intérêt, de la biographie des grands hommes et de l'histoire diplomatique à l'étude des mentalités, Foucault dissout cet événement philosophique par excellence que fut l'avènement de la raison dans les systèmes de pensée constitutifs de l'âge classique. La Naissance de la clinique (1963) généralise à la maladie la méthode éprouvée sur l'histoire de la folie. C’est Bichat, c'est Laënnec que Foucault fait entrer dans l'archéologie de la pensée médicale.

L'Histoire de la sexualité (1976-1984) rompt les dernières attaches que les systèmes de pensée gardaient avec leurs prétendus auteurs, les grands hommes. Elle montre à l'œuvre le partage mobile et très commenté entre le décent et l'indécent, bien étranger à cette répression dont Freud avait décrit les prétendus mécanismes psychologiques soustraits aux aléas de l'histoire.

C'est en 1973 seulement que Moi, Pierre Rivière, ayant égorgé ma mère, ma sœur et mon frère. Un cas de parricide au XIXe siècle, puis, en 1975, Surveiller et punir, Naissance de la prison, avaient explicitement posé la question du partage entre droit et crime partout présente dans l'œuvre de Foucault. L'analyse le fit voir, les détours qui conduisent au discours justificateur de l'ordre sont aussi éloignés du schéma marxiste expliquant par la lutte des classes la genèse de la violence légale que les détours qui conduisaient au discours justificateur de la raison l'étaient du schéma freudien.

C'est le troisième partage cependant entre vrai et faux, qui, dans l'œuvre de Foucault, occupe la place majeure. « Vers lui, dit-il, n'ont cessé de dériver depuis des siècles les (deux) premiers » (1). Les Mots et les Choses (1966), l’Archéologie du savoir (1969) et la Leçon inaugurale au Collège de France (1970) lui sont entièrement consacrés. Non content d'analyser les circonstances qui impriment leur sceau particulier sur la vénération obligée pour la vérité, naguère le sceau des Lumières, aujourd'hui celui des Structures, Foucault, héritier toujours critique, reprend et corrige Nietzsche. Ce n'est plus une volonté subjective responsable, née du ressentiment chrétien, qui change l'impuissance et l'humilité en valeurs. La volonté de vérité, c'est une volonté de puissance sans individualité ni sujet, dispersée dans le discours quotidien et qui dicte le contrat social.

Il n'y a pas d'abord les choses, puis les mots qui les exprimeraient et les déformeraient. Il y a les mots et les choses qui dépendent des mots et d'autres mots suivront dont dépendront d'autres choses.

Il s'agit donc, pour le philosophe, non pas de chercher vainement dans le discours quelque décalque du réel, mais de retrouver dans le mot la fonction organisatrice des choses, la violence qu'on leur fait, en tous cas la pratique qu’on leur impose (2)derrière le double masque de l'objectivité et du désintéressement. « Le discours vrai, lit-on dans la Leçon inaugurale, le discours que la nécessité de sa forme affranchit du désir et libère du pouvoir, ne pas reconnaître la volonté de vérité qui le traverse ; et la volonté de vérité, celle qui s’est imposée à nous depuis bien longtemps, est telle que la vérité qu’elle veut ne peut pas ne pas le masquer » (3).

Ce qu’a d'aride cet aperçu sur les principes de Foucault est de moi. Ses lecteurs, j’en ai peur, les auront reconnus avec peine, ainsi figés hors du mouvement de l'argumentation, privés de la vie que leur conférait un style lipide et désinvolte, inattendu dans ses césures comme dans ses rebondissements.

Né à Poitiers le 15 octobre 1926, Michel Foucault est mort à Paris le 25 juin dernier, Normalien, agrégé de philosophie, il s'était exilé entre 1954 et 1960 à Uppsala, Hambourg et Varsovie. Il fut nommé professeur à l'université de Clermont-Ferrand en 1960. Après un séjour tunisien en 1968, il revint en France à l'Université de Vincennes et fut élu en 1970 professeur au Collège de France. Il aura enseigné quatorze ans dans notre maison.

Mêlé à la vie publique, notre collègue a exercé une influence comparable à celle de Sartre. Un succès tel que fut le sien résulte de la rencontre des circonstances et du talent.

Sa rencontre avec l'histoire, en mai 1968, il l'a lui-même décrite, se comparant à un homme déposé, dans un scaphandre, au fond de la mer et que la tempête soulève soudain jusqu'au rivage. Une foule l'attendait. Elle écouta la voix surgie de l'abîme. La voix parlait une langue que la foule comprenait et le message était bienvenu. Car c'était un message de bonheur celui de très anciens sages, lorsque la vérité était encore l'autre nom du pouvoir et du désir.

Le talent, lui, fut le mixte singulier que vous avez connu de rire et d’attention, d’ironie et de bienveillance, où se composaient avec un charme inimitable l'érudition sourcilleuse d'un Bénédictin et cette élégance de race qui apparentait Foucault à nos philosophes du XVIIIe siècle.

Jules VUILLEMIN.    

(1) Leçon inaugurale, p. 13. 
(2) Leçon inaugurale, p. 26. 
(3) Leçon inaugurale, p. 15.

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martedì 11 dicembre 2012

Geoffroy de Lagasnerie - La dernière leçon de Michel Foucault - Fayard, Fr, 31.10.2012


À partir du milieu des années 1970, Michel Foucault a consacré au néolibéralisme de nombreux textes qui comptent parmi les plus controversés de son œuvre : et s’il était, à la fin de sa vie, en train de devenir libéral ? Rompant avec cette interprétation dominante, Geoffroy de Lagasnerie propose une analyse neuve et originale : Foucault a constitué la tradition néolibérale comme un test, un instrument de critique de la réalité et de la pensée. Loin de désigner ce courant comme un repoussoir, Foucault en fait un foyer d’imagination qui permet de réfléchir autrement. Il y trouve des outils pour mettre en lumière les limites de la philosophie politique, des théories du contrat et du droit, du marxisme, de la psychologie, etc. Pour Foucault, il s’agit de réinventer un art de l’insoumission à partir d’une réinterprétation du néolibéralisme. Ce qui suppose de reformuler des concepts aussi classiques que ceux d’État, de société, de pouvoir, etc.
En se demandant à partir de là comment élaborer une philosophie de l’émancipation à l’ère néolibérale et quelles sont les conditions de la critique de cette gouvernementalité, Geoffroy de Lagasnerie aborde d’une manière nouvelle des sujets qui sont placés au centre du débat contemporain à l’échelle internationale.

Geoffroy de Lagasnerie est philosophe et sociologue. Il est chargé de cours à Sciences Po. Il est l’auteur de Logique de la création (Fayard, 2011), Sur la science des œuvres (Cartouche, 2011) et L’Empire de l’Université (Amsterdam, 2007).

giovedì 22 novembre 2012

Michel Foucault - Du Gouvernement des vivants - Gallimard, Fr, 2012


Michel Foucault


Hautes Etudes
400 pages

Du Gouvernement des vivants est un cours charnière. Prononcé au Collège de France au premier trimestre 1980, Michel Foucault y poursuit cette histoire des « régimes de vérité » qui traverse l’ensemble des cours du Collège de France, en y apportant une inflexion majeure : commencée dans le champ du juridique et du judiciaire, l’exploration s’était poursuivie dans le champ politique ? thématique des rapports pouvoir-savoir, puis de la gouvernementalité. Elle s’investit ici dans le champ des pratiques et des techniques de soi, domaine de l’éthique que Michel Foucault ne quittera plus.
« Comment se fait-il que dans la culture occidentale chrétienne, le gouvernement des hommes demande de la part de ceux qui sont dirigés en plus des actes d’obéissance et de soumission, des “actes de vérité” qui ont ceci de particulier que non seulement le sujet est requis de dire vrai, mais de dire vrai à propos de lui-même, de ses fautes, de ses désirs, de l’état de son âme ? » se demande Michel Foucault. Ce projet le conduit d’une relecture de l’Œdipe-roi de Sophocle à l’analyse des « actes de vérité » propres au christianisme primitif, à travers les pratiques du baptême, de la pénitence et de la direction de conscience. Michel Foucault choisit de s’intéresser aux actes par lesquels le croyant est conduit à manifester la vérité de ce qu’il est lui-même, en tant qu’être indéfiniment faillible. De l’expression publique de sa condition de pécheur, dans le rituel de la pénitence à la verbalisation minutieuse de ses pensées les plus intimes, dans l’examen de conscience, c’est l’organisation d’une économie pastorale centrée sur l’aveu que l’on voit se dessiner.
Du Gouvernement des vivants est la première des enquêtes, inédite, que Michel Foucault va mener dans le champ de l’éthique, autant dans les cours du Collège de France que dans les derniers volumes de l’Histoire de la sexualité.


« Hautes Études » est une collection des Éditions de l’École des hautes études en sciences sociales, des Éditions Gallimard et des Éditions du Seuil.