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mercoledì 16 settembre 2015

:: Dromology Archive 8 :: Robo-Trading Era, Algoritmi ad alta frequenza e il balenìo dello Schianto - Parte XVI - Recensione del libro "Gli algoritmi del capitale" (curato da Matteo Pasquinelli)


:: Dromology Archive 8 ::
Robo-Trading Era, Algoritmi ad alta frequenza e il balenìo dello Schianto

di Obsolete Capitalism

Più di 5.000 operazioni al secondo. Per valori operativi totali, di un singolo operatore, superiori a 500 milioni di dollari; e tutto ciò per posizioni che in ogni caso vengono chiuse in giornata. A tanto arrivano gli HFT, i trader ad alta frequenza – definiti anche come algorithmic trader – che si sono sviluppati come una nuova forma ‘tossica’ o ‘endemica’ nel mondo della finanza mondiale, a partire dal biennio 2009-2010. Tale forma di trading schizofrenico ha assunto dimensioni preoccupanti: alcuni mercati maturi e altamente competitivi, come le piazze americane, londinesi e tedesche, vedono gli HFT produrre circa 1/3 delle operazioni giornaliere. A fronte di una tale mole di operazioni, mostruose per numero di ordini e valore totale di importi, le autorità che supervisionano i mercati sono corse ai ripari, cercando di limitare, sempre in ottica neo-liberale e pro-finanza, l’utilizzo di tali strumenti attraverso protocolli e linee guida imposti ai vari operatori di mercati. Ad oggi, dato che l’informatica regna sovrana sui mercati finanziari, ancora non è possibile distinguere tra trading algoritmico a bassa velocità e trading ad alta frequenza, dato che gli ultimi potrebbero simulare i primi, per sfuggire alle funzionalità tecniche predisposte dalle autorità di vigilanza.

Ma come opera la ‘bestia silenziosa e fulminea’? Le aziende HFT lavorano in mercati a fortissima accelerazione, attraverso strumenti estremamente sofisticati, algoritmi creati ad hoc che girano su software e hardware evoluti. Qui il vantaggio competitivo è dato in primis dalla velocità, sia d’esecuzione – spesso in frazioni di secondo – sia d’evoluzione, cioè i prodotti utilizzati per l’algo/HFT trading devono essere costantemente aggiornati per essere dinamici e flessibili. Questo tipo di operatività ha necessità, in prima battuta, di mercati liquidi, cioè mercati che possono ‘sopportare’ per quantità e qualità tale produttività; poi, in seconda battuta, nell’endogena latenza d’arbitraggi, ovvero l'algorithmic trader ‘lavora’ sullo spread che si forma ogni qualvolta su un singolo titolo, nel confronto tra bid/ask – domanda e offerta. In ogni caso, gli squilibri sistemici di tale dromotecnica è palese e già si è verificata nel ‘Flash Crash’ del 6 maggio 2010 quando il NYSE perse il 10% del proprio valore in soli 36 minuti, generato da ordini di vendita massivi su un future Procter & Gamble, quotato nel mercato dei future a Chicago. Il titolo P&G sul NYSE crollò del 37% in un battibaleno, per contagio automatico del panico, da Chicago a New York. Qui gli HFT giocarono un ruolo fondamentale per allargare il crollo istantaneo su tutto il listino azionario del NYSE. Uno scenario tipico dell’accidente viriliano: a nuova tecnica, corrisponde un incidente amplificato dalle caratteristiche intrinseche della tecnica stessa. Gli schianti fulminei intraday dei mercati finanziari - i Flash Crash - stanno al trading ad alta frequenza, tanto quanto i crolli giornalieri o ciclici stanno al trading informatico a bassa velocità. Solamente 5 anni dopo il terribile e repentino schianto, il 21 aprile 2015, il Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti ha incriminato con 22 capi d’accusa un anglo-punjabi, il signor Navinder Singh Sarao, un algorithmic trader di base nella multietnica Londra Ovest che, dalla casa dei genitori, immise il 6 maggio 2010 la pioggia mostruosa di ordini sul mercato dei future di Chicago. Migliaia di ordini di vendita, per un totale di oltre 200 milioni di dollari su un singolo future P&G. Gli ordini di vendita subirono oltre 19.000 modifiche o sostituzioni nell’arco di pochi e frenetici minuti, prima di venir cancellati del tutto da Singh stesso. Ma il collasso per contagio tra titoli e tra mercati diversi ma iperconnessi, amplificati dagli altri HFT, causarono danni per miliardi di dollari e dimostrarono la fragilità sistemica della finanza mondiale. Non si tratta più della ‘mano invisibile’ del mercato, come scrisse Adam Smith oltre 200 anni orsono, ma della ben più prosaica voracità schizo di mercati altamente localizzati e specializzati che lavorano su squilibri sistemici mitigati da circuit breakers automatizzati. Accelerazione e Collasso in una mortale catena di anelli stridenti che si compenetrano…

Picblog: Euthanasia Coaster by Julijonas Urbonas: Challenging the physical and psychological limits of the human body, this speculative design is intended to slowly ascend 1,700 feet into the air before launching passengers down seven loops at a mind-boggling speed of 330 feet per second. The roller coaster aims to give its riders a diverse range of experiences from euphoria to thrill, tunnel vision to a loss of consciousness and, eventually, to the end result: death.

domenica 8 dicembre 2013

Christian Laval, Pierre Dardot: La nuova ragione del mondo. Critica della razionalità neoliberista @ Derive e Approdi, Roma, 2013



Critica della razionalità neoliberista

La nuova ragione del mondo


Che il capitalismo non sia affatto onnisciente e in grado di autoregolarsi è, almeno dalla crisi iniziata nel 2007, sotto gli occhi di tutti. Questo libro dimostra, però, che il caos economico, finanziario e politico di cui siamo testimoni nell’ultimo decennio deriva da una precisa razionalità, sotterranea, diffusa e globale. Si tratta della razionalità del neoliberismo, che oggi arriva a coincidere con quella del capitalismo stesso.

Il libro di Pierre Dardot e Christian Laval – ormai opera di riferimento nel dibattito internazionale – è la prima esaustiva analisi del neoliberismo inteso come razionalità economica, politica e di governo. Con un approccio a cavallo tra diverse discipline (economia politica, filosofia, sociologia del lavoro) i due autori ricostruiscono le premesse teoriche delle dottrine economiche e politiche liberali ripercorrendo le molteplici strade intraprese dal liberalismo per imporsi come vera e propria «ragione del mondo». Nell’erigere la concorrenza a norma universale dei comportamenti, nel fagocitare ogni ambito dell’esistenza umana, del produrre nuove dinamiche di assoggettamento, la razionalità neoliberista finisce con l’erodere le premesse della stessa democrazia. Per questo, solo la comprensione e l’attenta analisi di questa specifica razionalità – dai suoi discorsi sulla libertà individuale alle sue teorie sull’autonomia dei mercati, dalle sue pratiche di controllo a suoi dispositivi di governo dell’individuo attraverso il debito – può consentire di aprire una strada per un altro avvenire.
«Di grandissima erudizione, questo libro è un invito urgente a spingere la critica teorica e sociale dell’ordine esistente ben al di là delle analisi correnti» Le monde diplomatique.
«Per capire il dibattito il libro di Pierre Dardot e Christian Laval sulla “società liberista” offre importanti strumenti di analisi. Una summa di ricerche che sono storia delle idee, filosofia e sociologia» Le monde.
«Un’opera che segnerà uno spartiacque tra i saggi dedicati al neoliberismo» Marianne.
«Un libro che casca a fagiolo di fronte alla crisi che attraversiamo»Le spectacle du monde.
«La nuova ragione del mondo è un libro di teoria, di economia e di narrazione storica. Il suo interesse sta anche nell’essere molto accessibile» Politis.


Dall’introduzione all’edizione italiana
Com’è possibile che nonostante le ripercussioni catastrofiche cui hanno portato le politiche neoliberiste, queste ultime siano sempre più attive, al punto da precipitare interi Stati e società in crisi politiche e regressioni sociali sempre peggiori? Com’è possibile che, negli ultimi trent’anni, queste stesse politiche si siano sviluppate e approfondite senza aver incontrato resistenze sufficienti a metterle in crisi?
La risposta non può ridursi ai semplici aspetti «negativi» delle politiche neoliberiste, ovvero alla distruzione programmata delle regolamentazioni e delle istituzioni.
Il neoliberismo non è semplice distruzione regolativa, istituzionale, giuridica, è almeno altrettanto produzione di un certo tipo di relazioni sociali, di forme di vita, di soggettività. Detto altrimenti, con il neoliberismo ciò che è in gioco è né più né meno la forma della nostra esistenza, cioè il modo in cui siamo portati a comportarci, a relazionarci agli altri e a noi stessi. Il neoliberismo definisce una precisa forma di vita nelle società occidentali e in quelle società che hanno scelto di seguire le prime sul cammino della cosiddetta “modernità”. Questa norma impone a ognuno di vivere in un universo di competizione generalizzata, prescrive alle popolazioni di scatenare le une contro le altre una guerra economica, organizza i rapporti sociali secondo un modello di mercato, arriva a trasformare perfino l’individuo, ormai esortato a concepire se stesso come un’impresa.
Da pressoché un terzo di secolo, questa norma esistenziale presiede alle politiche pubbliche, governa le relazioni economiche mondiali, trasforma la società e rimodella la soggettività. Le circostanze di un simile successo normativo sono state descritte di frequente. A volte privilegiando l’aspetto politico (la conquista del potere da parte delle forze neoliberiste), a volte quello economico (l’ascesa del capitalismo finanziario globalizzato), altre l’aspetto sociale (l’individualizzazione dei rapporti sociali a scapito delle forme di solidarietà collettiva, l’estrema polarizzazione tra ricchi e poveri), altre ancora quello soggettivo (la comparsa di una nuova tipologia di soggetto, lo sviluppo di nuove patologie psichiche). Si tratta di dimensioni complementari alla nuova ragione del mondo. Con questo dobbiamo intendere che siamo di fronte a una ragioneglobale nel duplice senso del termine: una ragione che di colpo diventa valida su scala mondiale e una ragione che, lungi dal limitarsi alla sfera economica, tende a totalizzare, cioè a “fare mondo”, con un proprio specifico potere di integrazione di tutte le dimensioni dell’esistenza umana. La ragione del mondo è anche, contemporaneamente, una «ragione-mondo».

venerdì 24 febbraio 2012

CHRISTIAN MARAZZI - I benefici del deficit e del debito @ Uninomade - 23.02.2012



I benefici del deficit e del debito

 di CHRISTIAN MARAZZI
C’è qualcosa che rende simile l’economia alla religione, e cioè che, anche per l’economia, il suo meglio è che essa susciti eretici. Che nella scienza economica ci sia bisogno di eresia ce lo spiegano gli americani che da tempo guardano con inquietudine a quanto sta accadendo in Europa, in particolare a quella famigerata dottrina secondo cui occorre fare tutto il possibile per raggiungere il pareggio di bilancio. Il che significa mettere in atto politiche d’austerità a mezzo di tagli alla spesa pubblica e di aumenti del prelievo fiscale per ridurre deficit e debiti in un periodo di recessione. Un vero e proprio suicidio economico e sociale pagato a caro prezzo dai cittadini europei e di cui le banche sono le dirette beneficiarie, dato che i soldi prestati dalle banche centrali per evitare i fallimenti di Grecia, Portogallo, Spagna e Italia (per il momento) finiscono nelle loro tasche, senza in alcun modo contribuire a rilanciare la crescita dell’economia reale. Di fronte a questo autismo dottrinale, di cui i tedeschi sono la punta avanzata ma che ormai ha contagiato l’Europa intera, sta crescendo negli Stati Uniti una vera e propria scuola di pensiero capeggiata da James K. Galbraith, figlio di cotanto padre, John Kenneth Galbraith, studioso della Grande depressione e consulente economico di John F. Kennedy. Ne ha parlato recentemente Feredico Rampini, corrispondente dagli Stati Uniti per La Repubblica. La Teoria Moderna Monetaria, così si chiama questa scuola di pensiero, sostiene che non ci sono tetti razionali al deficit e al debito sostenibile da parte di uno Stato, perché le banche centrali hanno un potere illimitato di finanziare questi disavanzi stampando moneta. E questo non solo è possibile, come già si vede con le politiche delle banche centrali americana, inglese, giapponese, e della stessa BCE, ma è soprattutto necessario. “La via della crescita passa attraverso un rilancio di spese pubbliche in deficit, da finanziare usando la liquidità della banca centrale. Non certo alzando le tasse: non ora”. Questa corrente di pensiero, perlaltro ascoltata da Obama, ha questo di, per così dire, “rivoluzionario”: non solo rifiuta il cretinismo della destra economica e la crociata contro la spesa pubblica sulla base dell’equivalenza tra il bilancio pubblico e quello di una famiglia che “non deve vivere al di sopra dei propri mezzi”. Ma critica anche quelle posizioni, certamente più intelligenti, alla Paul Krugman o alla Joseph Stiglitz che, pur sostenendo la necessità di espandere la spesa pubblica per uscire dalla crisi, continuano a pensare che a lungo andare il debito crea inflazione, soprattutto se finanziato stampando moneta, e quindi andrà ridotto appena possibile. Secondo Galbraith e gli economisti di questa scuola, invece, il pericolo dell’inflazione è inesistente. “L’inflazione è un pericolo vero solo quando ci si avvicina al pieno impiego, e una situazione del genere si verificò in modo generalizzato nella prima guerra mondiale”. L’aspetto più innovativo, rispetto alle politiche monetarie odierne e alla paranoia dell’inflazione, riguarda la proposta di erogare liquidità direttamente agli Stati, comprando senza limiti titoli di Stato emessi dai rispettivi governi, senza quindi passare dal sistema bancario che di questa liquidità fa sistematicamente un uso speculativo, generando una bolla finanziaria dietro l’altra. Gli Stati devono però attuare interventi volti a far aumentare la domanda interna con una più equa e sostenibile creazione della ricchezza. Esattamente l’opposto di quanto sta avvenendo oggi in Europa.

venerdì 30 dicembre 2011

Revolution Through Banking? - Carne Ross @ The Nation (pub. date 22.12.2011)



It has been clear for some time that the conduct of the banking and financial industry is one very important cause of the 2008 credit crunch. Moreover, for-profit banks by and large fail to deliver services to the poor, deepening poor people’s marginalization from the mainstream economy. The banks’ relentless pursuit of profit, an intrinsic feature of the industry (as of the broader economy), continues to expose all of us to the risk of another banking crisis that would repeat the enormous harm done last time, above all to the world’s poorest. Sadly, it’s unrealistic to expect Washington to do much to curb the industry, given the banks’ enormous lobbying sway and privileged access to senior officials, regardless which party is in power.

It’s no surprise then that the banks have been an important focus of discussion in the Occupy Wall Street movement. And a new approach to banking may become one of the important ways that Occupy moves forward and starts producing material change.
One evening in Zuccotti Park, I somewhat rashly, and without much forethought, stood up and announced that I wanted to set up a working group to explore alternative systems of banking. I did not have a clear plan but felt that we had to get to the heart of the problem. If we could change banking and make it embody the values of Occupy—equality, transparency, democracy—we might not only change the financial industry for the better, but also change the very nature of the economy—and thus society itself.
Other members of the group share this ambition. Those who have joined the group represent an extraordinary and eclectic mix. There are army vets and unemployed students, but also a large number of financial experts: former derivative traders, SEC regulators, bankers, financial analysts and bloggers and even a professor of financial law. We have no shortage of expertise, and no shortage of determination either.
Over the last several weeks, we have been examining what legislative changes are needed to reform the banking sector: some day soon there may be Occupy-originated proposals and draft legislation, for instance to amend the so-called “Volcker Rule”. One group has split off to explore and design the creation of an ideal bank that would put into practice the values of Occupy. What would this look like?
The ideal bank would be democratically owned and controlled by its customers and its employees. Like at many credit unions, all depositors would get an equal say, regardless of the size of their accounts. It would be nonprofit, building in a competitive advantage over the for-profit banks. It would be accessible to all, in particular the poor (we are inspired by the Grameen Bank, started by Mohamed Yunus in Bangladesh). It would be a bank that anyone can bank with and receive better service than what they receive today at conventional banks. Any small-scale bank we establish in, say, New York would have be to be replicable by others elsewhere.

The banking crisis was caused by several intrinsic characteristics of the financial system. The level of debt and risk was concealed by the unintelligibility but also by the secrecy and opacity of many banking practices. The infamous credit default options concealed risk as they spread it and were barely understood even by the bankers trading or buying them. In contrast, an Occupy bank would be wholly transparent, perhaps even in real time, showing transactions as they happen. Technology now makes this plausible. Likewise, technology has enabled new peer-to-peer platforms where borrowers and lenders negotiate with each other directly. We have also discussed minimizing risk by adopting some of the ideas of Laurence Kotlikoff, whose concept of “limited purpose banking” permits no buildup of liabilities within a bank, because all liabilities would be mutualized. Kotlikoff proposes that banks would essentially become clearing houses where investors would “buy” the loans of other customers via a cash-based mutual fund. The bank would not itself hold any loans, thereby eradicating the risk of a bank run.

The very nature of the banking industry forces banks to maximize profits, or face buy-out. This is not about the moral qualities of bankers; it’s about the nature of the system. The hunt for profits requires banks continually to innovate new products, like the CDOs. It is self-evident that legislators cannot predict or legislate for products that have yet to be invented. Even if Washington were interested in robust legislation and ending the monopoly powers of a few big banks, it would still struggle to manage an industry in constant flux. Hence the need to build structurally into an ideal bank the practices and values that prevent risk.
None of these ideas are new, and some community banks and credit unions already embody many of these qualities. But federal and state legislation has hobbled credit unions from competing with the big banks, for instance by requiring credit unions to be “member only” institutions, permitted only to serve certain subsets of the population rather than everyone. It is easy to guess how and why this federal legislation has come about, because the credit union model offers potentially much better and cheaper services than a for-profit bank. You can thank the banking lobbyists that most of us have been denied this possibility.
It’s easy to list the characteristics of an ideal “Occupy” bank. Setting one up is rather harder. The legal and institutional obstacles to establishing a new (or de novo) bank are formidable and would require years of work and hundreds of thousands of dollars, if not more. One alternative therefore might be for Occupy to partner with or even acquire a bank that is already established and that shares our vision. Indeed there are many small banks around the country which might be amenable—community banks, or so-called “triple bottom line” banks, which aim for community development and positive social and environmental impacts as much as profit.
Our group works on, and we are well aware that we may not succeed. But there are other groups around the country thinking about this problem: Occupy San Francisco is already setting up its own credit union. Perhaps our work will inspire someone else to set up a bank like the one we are imagining. If many attempts are made, there is a greater chance that one will succeed.
Make no mistake, the kind of bank we are discussing is both plausible, and better, than the conventional for-profit banks. It can and should be done. These ideals are the stuff that make Occupy such an exciting movement to be part of. The chance exists to change the very nervous system of the economy, and make it fairer, open and more democratic. In this way, we can begin to undermine the domination of our economy and society by those who seek nothing but profit, at any cost, including to the world economy. We can replace it with a system which both embodies and promotes other values that are equally if not more important: equality, democracy and justice.



Carne Ross is a former British diplomat who heads Independent Diplomat, a non-profit diplomatic advisory group. His book, “The Leaderless Revolution: How Ordinary People Will Take Power and Change Politics” will be published in hardcover by Blue Ride Press (Penguin) on January 19. It is already available as an ebook. You can follow Carne Ross on Twitter @carneross.


Read more @ The Nation website

domenica 25 dicembre 2011

Governamentalità ordoliberale - Christian Marazzi @ Uninomade 2.0 (Il vuoto di sovranità in Europa)


Il vuoto di sovranità in Europa

Christian Marazzi

UniNomade 2.0

Le reazioni e i commenti al vertice di Bruxelles sono stati tutti prevalentemente negativi. “A disastrous failure at the summit”, ha scritto Martin Wolf sul Financial Times (14 dicembre). Allo stesso modo hanno commentato  The EconomistBloomberg BusinessWeek, e tutti i maggiori quotidiani finanziari.

Di fatto, il vertice europeo non ha preso alcuna decisione che possa salvare il Sistema monetario europeo, il patto fiscale (fiscal compact) imposto dalla Germania e accettato dagli altri leader europei, ad eccezione di David Cameron, prefigura quelle che dovrebbero essere le regole di Eurolandia, ma ha scarse possibilità di essere ratificato dai Parlamenti nazionali, perché riduce drasticamente la sovranità nazionale di ogni Paese.
“Le vere misure di emergenza sono state demandate alla Banca centrale europea. Quest’ultima alla vigilia del vertice ha deciso di abbassare i tassi europei all’1% e soprattutto ha deciso di concedere alle banche prestiti illimitati della durata di tre anni, accettando in pegno (come collaterale) anche titoli di scarsa qualità. In questo modo l’Europa spera di invogliare le banche con la prospettiva di consistenti guadagni ad indebitarsi all’1% presso gli sportelli di Francoforte e di usare questi capitali per acquistare titoli statali, che come quelli italiani offrono rendimenti che si aggirano attorno al 6%” (Alfonso Tuor, Ticinonews, 14, 12).
Le cose, però, non sono così semplici.
“Nel corso del 2009, quando la Bce iniziò a offrire liquidità su un orizzonte di 12 mesi, molte banche effettivamente ne approfittarono per riempire i bilanci di titoli di Stato.  Ma allora il debito pubblico di quasi tutti i Paesi dell’euro sembrava ancora privo di rischi. Oggi non è più così, e le banche sicuramente rimpiangono amaramente quelle decisioni. Le banche del Nord Europa, pur essendo piene di liquidità, stanno cercando di sbarazzarsi del debito dei Paesi periferici dell’euro, e si guarderanno bene dal ricomprarlo. Perché mai le banche del Sud dovrebbero scegliere spontaneamente di comportarsi diversamente? Tra sei mesi l’Autorità bancaria europea condurrà un altro stress test sui bilanci delle banche, e come già successo, il debito pubblico sarà valutato a prezzi di mercato. A quel punto, se la crisi non sarà rientrata, le banche che hanno acquistato debito a rischio potrebbero doversi ricapitalizzare di nuovo. Chi mai vorrà esporsi a questa incognita se non vi è costretto” (Guido Tabellini, “Le banche salva-debito? Un grave errore”, Il Sole 24 Ore, 18 dicembre).
Indurre le banche italiane, ad esempio, a comportarsi in modo “patriottico”, cioè ad acquistare titoli delo Stato italiano in assenza di acquirenti esterni, è un’assurdità, specie se le banche sono già chiamate a finanziare l’economia privata.
“Tanto per cominciare, le dimensioni del debito in scadenza sono troppo grandi: solo nel 2012 le Stato italiano dovrà collocare oltre 400 miliardi di debito, circa il 50% in più di tutto il debito già detenuto  dalle banche italiane. Ma soprattutto, spingere le banche italiane a comportarsi da acquirente di ultima istanza, al posto di una banca centrale che abdica a questo ruolo, rischia di essere controproducente. Oggi circa il 40% del debito pubblico italiano è detenuto all’estero, in prevalenza dalle banche tedesche e francesi. E’ bene che resti così, perché questa ‘spada di Damocle’ che pende su Germania e Francia è l’unica nostra arma contrattuale” (G. Tabellini, cit.).
In altre parole, per tenere assieme Eurolandia bisogna giocare un paese contro l’altro. Non male come prospettiva!
Mario Draghi ha comunque lasciato chiaramente intendere che la Bce potrebbe mettersi a stampare grandi quantità di euro per poi riacquistare titoli statali , se le linee di credito concesse alle banche non si rivelassero sufficienti. Il Quantitative Easing  europeo sarebbe giustificato dall’obiettivo della Bce di mantenere la stabilità dei prezzi: “L’obiettivo della stabilità dei prezzi deve essere inteso nelle due direzioni”, Draghi dixit, il che vuol dire che la Bce è chiamata a combattere l’inflazione, ma anche la deflazione, ossia il calo dei prezzi. Dato che siamo già entrati in recessione, la Bce dovrebbe essere disposta a monetizzare il debito stampando grandi quantità di euro.
Questa strategia, simile a quanto sta facendo la Gran Bretagna (austerità da una parte, quantitative easing dall’altra) deve però fare i conti con l’opposizione tedesca. Angela Merkel ha imposto agli altri leader europei di sottoscrivere un Patto fiscale, facendo chiaramente intendere che altrimenti la Germania sarebbe uscita dall’euro. Il che comporta una sostanziale riduzione della sovranità nazionale di ogni Paese membro. E questo non lo vuole nessuno, nemmeno l’Olanda, la Danimarco o la Svezia.
“Il governo tedesco è perfettamente consapevole che il processo di ratifica di questo accordo è estremamente difficile. Sa anche che molti Paesi non riuscirebbero mai a rispettarlo. Basti pensare che l’obiettivo di ridurre ogni anno di un ventesimo il debito pubblico italiano che eccede il 60% del PIL vorrebbe dire che l’Italia, ad esempio, dovrebbe ogni anno attuare manovre di risparmio di ben 45 miliardi di euro. Insomma, queste misure di austerità non sono sostenibili  dai Paesi deboli dell’Europa, che già non riescono a centrare gli obiettivi di risanamento dei loro conti pubblici” (A. Tuor, cit.).
“The parallels to the Great Depression are obvious: the euro acts as a modern day gold standard; fiscal policies are procyclical; adjustment is delayed through an Irving Fisher-style debt deflation dynamics. Will the euro survive a depression? This hard to say. If it does, under unchanged policies, we will be meauring the costs of adjustment not in euros but through a death toll” (Wolfang Münchau, “The British will fare better in this Anglo-French spat”, Financial Times, 19 dicembre).
Ma allora, cosa vuole Berlino? Sembrerebbe che il Governo tedesco voglia la spaccatura della zona euro, senza però assumersene la responsabilità. Per questo continua ad alzare l’asticella delle condizioni che gli altri paesi dovrebbero rispettare per giungere al punto di essere invitata ad uscire dall’euro.
Comunque, non è facile capire cosa e come pensi Angela Merkel. “What is she thinking?” si chiede Peter Coy in un articolo apparso su Bloomberg BusinessWeek (5-11 dicembre). E la risposta è la seguente: il Governo tedesco e Angela Merkel sono degli ordoliberali: “Modern German politics continues to be lnfluenced by a philosophy that originated at the university of Freiburg in the 1930s: ordoliberalism, a conceptual blend of free markets and strong government. It says rigourous regulation is necessary, but only to help the free market achieve its full potential”.
Sull’ordoliberalismo Michel Foucault ha scritto pagine importantissime nel suo La nascita della biopolitica (Feltrinelli, Milano, 2005). Secondo Eucken, il caposcuola dell’ordoliberalismo, “Lo stato è responsabile del risultato dell’attività economica”, ossia lo stato deve dominare il divenire economico. Diversamente dalle politiche liberali keynesiane, il problema dell’ordoliberalismo “è di sapere in che modo sia possibile regolare l’esercizio globale del potere politico in base al principio di un’economia di mercato” (cit. p. 115). Si deve, insomma, governare per il mercato, piuttosto che governare a causa del mercato. “Il problema è sapere come intervenire. Si tratta del problema della maniera di fare, o, se volete, dello stile di governo” (cit., p. 117). Insomma, è il problema della governamentalità e della governance che ha caratterizzato il capitalismo finanziario degli ultimi trent’anni. Per una ricostruzione articolata, critica e molto utile delle contraddizioni che hanno il divenire della contraddizione tra finanziarizzazione e governance, si veda il bel libro di Marco Bertorello e Danilo CorradiCapitalismo tossico. Crisi della compoetizione e modelli alternativi (Alegre, Roma, 2011).
Non credo che l’esito di questa fase storica sia una sorta di “Deutschemark nationalism”, credo piuttosto che qui, sul piano europeo, ci sia un vuoto di sovranità che impedisca all’ordoliberalismo di funzionare secondo i suoi principi costitutivi. Per ritornare all’articolo di Peter Coy: “The paradox at the heart of the crisis in Europe is that Merkel’s fetish for stability has become deeply destabilizing”. Nel discorso di Angela Merkel, tenuto in febbraio a Freiburg alla conferenza della “Stiftung Ordungspolitik”, l’organizzazione dell’ordoliberalismo tedesco, alla domanda: quanto può adattarsi la Germania alle politiche degli altri paesi, e quanto invece deve attenersi al suo credo ordoliberale, la sua risposta è stata: “That’s an eternal question that plagues me when I wake up in the morning and when I go to bed at night”.

venerdì 23 dicembre 2011

Europe fédérale vs apocalypse du capital - Yann Moulier Boutang et Anne Querrien @ Multitudes No. 47, Hiver 2011.




Europe fédérale vs apocalypse du capital


par  Yann Moulier BoutangAnne Querrien
Trois éléments sont cruciaux pour évaluer l’onde de choc de la crise actuelle qui secoue l’Euro et les dettes des États européens (dites dettes souveraines).

La crise des dettes souveraines n’est pas La crise finale

La crise de la dette souveraine et le début de crise des parités entre les monnaies internationales (passées et futures) est la suite logique de la crise des subprimes qui a failli emporter le système financier en septembre 2008. La dette des ménages américains a failli entraîner le système financier mais celui-ci s’est souvenu de la leçon de 1929 (ne jamais laisser s’installer la crise financière). La quasi banqueroute des petits États de l’Union Européenne (Irlande, Grèce, Hongrie, Portugal), a fortiori celle des gros États (le Royaume-Uni, l’Italie, l’Espagne), et évidemment celle des États-Unis comme celle de l’Euro n’ont pas eu lieu et n’auront pas lieu. Il y a eu une Northern Rock (panique financière et retraits des dépôts), une Lehmann Brother (faillite), pas plus. Les cinq banques centrales du monde les plus déterminantes (l’Américaine, l’Européenne, la Japonaise, la Chinoise et la banque d’Angleterre), ont eu recours à des garanties colossales de dépôts, à des émissions massives de bons du trésor et des rachats de ceux-ci par paquets de 600 milliards de dollars. La Banque Centrale Européenne au centre de la tourmente, s’est mise à racheter massivement des obligations circulant sur le marché (le second marché) bien qu’en théorie cela lui soit défendu. Des formalistes ont hurlé au coup d’État. Ils préféreraient sans doute un éclatement de l’Euro et de l’intégration européenne. C’est pourtant la seule bonne nouvelle (avec l’apparition des partis verts) sur le plan institutionnel depuis 60 ans. Même au niveau européen, malgré l’indécision foncière des États membres, la lenteur de la chancelière Merkel à réagir, la BCE pratique exactement la même politique que Ben Bernanke aux États-Unis : taux directeur de l’intérêt le plus bas possible, soutien d’actifs totalement pourris notés B moins, soutien de la livre sterling moribonde. La FED doit se débrouiller avec une bande de fous furieux républicains qui sont prêts à faire n’importe quoi pour essayer de placer le Président américain en situation délicate l’année de sa possible réélection. La BCE doit se débrouiller avec des chefs d’État d’autant plus jaloux de leurs prérogatives qu’elles se réduisent comme peau de chagrin, et que la crise est en train d’avoir la peau de l’indépendance et de la souveraineté « nationale » en matière de politique budgétaire. Il est fondamental que le champion allemand de la rigueur monétariste, ait été écarté de la succession de Jean Claude Trichet au profit d’un Italien. L’euro est très loin d’aller à vau l’eau. Et la crise d’euro scepticisme constitue le chant du vilain cygne des nations.

La crise actuelle exprime une dévalorisation rapide des pays dit développés, par rapport aux pays émergents et au reste du monde

Certains économistes parlent d’une phase B d’un Kondratief (du nom de cet économiste menchevik russe exilé aux États-Unis qui fit apparaître des cycles longs de 30 à 50 ans où des périodes de croissance rapide, d’inflation, sont suivies de dépression durable, de baisse des prix, de chômage et souvent de guerres). L’ennui de ce rapprochement de la dépression qui commence avec 1975, c’est que cette phase B ne vaut que pour une partie du monde et que de surcroît les prix ne sont pas du tout orientés à la baisse. Pourvu qu’on sorte de la vieille Europe et du Japon (et bientôt des États-Unis) qu’on regarde chez les petits dragons asiatiques, dans les BRIC et désormais en Afrique, la crise est plus que relative. Au contraire, la crise exprime plutôt le rééquilibrage du monde au profit du Sud et de l’Asie. L’économie capitaliste a récupéré plus d’un milliard de consommateurs (les 400 millions de personnes sorties de la pauvreté, et le développement de classes moyennes parvenant à tirer la consommation intérieure des BRIC) et plus de 500 millions de salariés (dont une partie considérable d’ouvriers d’industrie qui compense la prétendue « désindustrialisation ».
Il serait stupide de nier que les espaces d’expansion fulgurante se rétrécissent et se ralentissent, mais il s’agit pour la Chine d’atterrir de 10 à 12 % de croissance à 7-8 %. Une croissance annuelle de 1 ou 2 % par an, attend en revanche les pays de l’ex centre. Mais ce ralentissement tient également aux limites écologiques plus rapidement touchées dans les espaces de vieille industrialisation et d’agriculture intensive. Et last but not least : la croissance intensive ou qualitative marquée par une importance croissante du capitalisme cognitif tend à relayer la croissance d’absorption d’une population en expansion rapide. L’Europe à l’Ouest comme à l’Est (sauf la France et l’Irlande) et le Japon s’approchent de ce que les démographes appellent une population stable, dont la croissance est pratiquement nulle. On ne se contente pas de compter dans l’indicateur du développement humain l’alphabétisation, l’inégalité de répartition du revenu, le niveau de revenu, les progrès de l’espérance de vie, la consommation de KWh par habitant ; on s’intéresse aussi à la morbidité au lieu de la mortalité (c’est-à-dire l’âge moyen d’apparition des maladies graves), aux économies d’énergie, à l’empreinte humaine sur les écosystèmes, au pourcentage d’une classe d’âge qui va à l’Université et en sort avec un diplôme, au taux d’innovation.
C’est précisément ce décalage entre les possibilités de progrès qualitatifs et la misère de la macro-économie quantitative qui nous met dans le mur. Par exemple on s’obstine à penser que le problème de la précarité de l’emploi (qui est une crise de la relation salariée) se résoudra par de la croissance quantitative. Or nous avons vu depuis 1975, que chaque fois que la gauche est revenue au pouvoir ou y a accédé, elle est parvenue à faire de la croissance (sous Jospin, sous Clinton, sous Blair) mais cela ne s’est pas consolidé et surtout les problèmes de dégradation continue de l’emploi ont continué de plus bel. Tout se passe comme si les gauches avaient usé toute leur énergie à empêcher le pire, comme un démantèlement massif et brutal de la protection sociale, mais sans fournir de nouveau logiciel de sortie structurelle de la crise, une nouvelle formalisation des relations de travail. C’est évidemment ce fond de dépression politique qui confère à la crise le ton apocalyptique, l’aveuglement aux vecteurs de changement.
Aveuglement ultime que la « règle d’or » que l’Espagne vient carrément d’inscrire dans sa Constitution, en un rien de temps à la fin de l’été, comme un pied de nez au mouvement puissant des indignés ? La France annonce qu’elle veut faire de même. Les pays aidés par le fonds de secours devraient eux aussi passer à cette règle d’interdire aux États de présenter des budgets en déficit ? Là encore, peindre cette mesure surtout destinée aux salles de marchés et aux agences de notation, sous des traits catastrophistes, c’est oublier l’étrange effet qu’aura pareille mesure. Les États perdront la dernière marge qui leur restait. Ils ne pourront plus battre monnaie et financer leur déficit. Or ces fonctions ne peuvent pas disparaître. Elles vont se retrouver reportées directement sur le niveau européen. Il y a fort à parier que la prochaine crise grecque ou portugaise ou irlandaise ou anglaise ou italienne, ou pourquoi pas française, accélèrera la création d’Euro-obligations levées en Euro par un Trésor fédéral. L’histoire avance de travers ! Si les États membres se refusent de le faire de façon suicidaire, ou s’ils l’acceptent de façon tout aussi suicidaire, ce sera de toute façon l’heure pour le Parlement européen d’entrer en phase constituante et d’avaliser le travail commencé par la BCE.

Une vision nouvelle de la dépense sociale et son financement

La gauche a raison de souligner que les décisions inégalitaires prises en matière d’impôts sur le revenu et sur les entreprises n’ont pas arrangé la solvabilité de l’État. Mais le report sur les ménages d’une partie de la dépense sociale, organisé par les réformes libérales, oblige l’État à venir au secours des banques. Il demeure un problème de long terme dans la façon dont l’économie appréhende le concept de dette. Et ce point n’est pas étranger à la morosité programmatique qui atteint la gauche. La crise financière se nourrit de l’épuisement des normes néolibérales qui ont fait croître la dette privée pour couvrir les besoins sociaux au rythme du désengagement des États jusqu’à l’obligation de sauver les banques à bout de souffle. Toutefois, le retour à du keynésianisme national ne constitue pas la réponse adéquate. Une stratégie de type Keynes à Bruxelles se heurte au problème du financement des grands travaux européens (en particulier dans les infrastructures de transports compatibles avec un développement soutenable, mais aussi dans les infrastructures du travail immatériel).
C’est ici que l’on voit le saut programmatique qu’il reste à faire à la gauche. Si elle veut durablement refonder l’État de protection sociale (ce qui s’impose compte tenu de la progression honteuse de l’inégalité, de la précarité et du fossé entre les générations âgées favorisées ou rentières), elle ne pourra mobiliser et protéger le « cognitariat » qu’en investissant dans la capacité productive de celui-ci, en investissant dans une protection sociale qui soit la reconnaissance de la multiplicité, de la dispersion, des capacités de production. Au Brésil, un des pays les plus inégaux de la planète, le plan Bolsa Familia distribue entre 40 et 250 réais à une cinquantaine de millions de personnes (13 millions de familles), à condition de scolariser les enfants ; cela ouvre aux familles un autre avenir. Les femmes peuvent participer à des coopératives de services en y mettant le pécule dont elle dispose. En France la distribution d’un revenu inconditionnel, individuel et cumulable de 700 euros à 900 euros par mois, et de son équivalent en pouvoir d’achat dans les autres pays de l’Union Européenne moins riches, permettrait à beaucoup d’investir dans les instruments qui leur manquent pour se développer, et les sortirait de l’économie de misère qui les maintient en réserve du travail.
Pour mener une réforme de cette envergure, il faut des recettes que la réforme de l’impôt sur le revenu (qui devrait être davantage progressif et sans niches fiscales) ne saurait assurer. Pas plus qu’un seul programme « raisonnable » de réduction de l’endettement ne pourra jamais permettre de dégager les investissements écologiques très lourds nécessaires.
La gauche, si elle veut élaborer un programme qui se différencie fortement des bricolages de droite, doit donc étudier rapidement comment mettre en place une taxe sur toutes les transactions financières internes (virements, DAB, chèques, etc.) – pendant qu’on l’achemine au niveau mondial vers un financement du développement par une taxe sur les transactions internationales. On pourrait imaginer que ce serait là le premier impôt européen fédéral. Pour faire fonctionner ce budget très important, les banques devraient percevoir en temps réel et transmettre aux États membres et à l’Union les montants affectés à ce gigantesque fonds de solidarité sociale et de transformation productive (industries vertes, programme d’éducation et de recherche, productions culturelles). Cela impliquerait que la totalité de leurs opérations soient connues.
La finance de marché entend plus que jamais faire travailler l’argent tout seul (faire suer au maximum le burnous du travailleur-monde) et se sert sans vergogne de la faiblesse institutionnelle de l’Europe.
Revenu universel et taxe sur toutes les transactions financière, sont deux excellentes mesures d’un programme européen mobilisateur, en prise sur la finance et fédérateur des énergies multiples qui expérimentent sur le terrain.

venerdì 9 dicembre 2011

L'argent



François Dagognet: L'argent. Philosophie déroutante de la monnaie
(Les Belles Lettres 2011, pp. 139)

L'auteur n'entre pas dans les débats actuels de politique ou de science monétaire : il entend penser l'argent philosophiquement, s'inspirant des textes magistraux d'Aristote à Condillac, d'Adam Smith à Marx.
Il tient l'argent pour un objet qui n'en est pas un ; ce statut déjà l'originalise. De plus, celui qui en manque peut en emprunter (une richesse virtuelle, un avoir étrange qui est à moi sans y être vraiment). Cet ouvrage ne manquera pas de montrer que ce moyen de paiement n'a cessé de s'amenuiser (le papier remplacera le métal, on finira même par se contenter d'une simple signature). Il importe surtout que l'argent s'adosse à un référent, lequel doit même excéder ce qu'il garantit.
De nombreux problèmes seront abordés, notamment sur la gratuité (ou le don), sur l'impôt, sur l'usure, sur le commerce, sur le juste prix. Est fondée ici "une science de la richesse" inséparable du travail, à l'opposé de la spéculation.

Sommaire:
LES OBJETS ET DEJA L'UN D'EUX
L'ARGUMENT ARGUMENTATIF
L'ANCIEN RITUEL
L'EVOLUTION DU MEDIUM MONETAIRE
L'INEVITABLE RISQUE
LE JUSTE PRIX

François Dagognet, philosophe, a enseigné dans plusieurs lycées, puis à la Faculté des Lettres de Lyon, enfin à celle de Paris I-Sorbonne.

lunedì 31 ottobre 2011

L’EMPIRE DE LA VALEUR



André Orléan


L’EMPIRE  DE LA VALEUR 

Refonder l’économie 

Seuil 2011


L’économie en tant que discipline traverse aujourd’hui une grave crise de légitimité. Alors qu’elle aurait dû être un guide 
pour nos sociétés, les conduisant vers plus de rationalité et de clairvoyance, elle s’est révélée être une source de confusion et 
d’erreur. En son nom a été menée une politique suicidaire de dérégulation financière sans que jamais l’ampleur des dangers 
encourus n’ait fait l’objet d’une mise en garde appropriée. Au lieu d’éveiller les esprits, elle les a endormis ; au lieu de les 
éclairer, elle les a obscurcis. Le discrédit qu’elle connaît aujourd’hui auprès de l’opinion publique est à proportion de 
cette faillite : extrême. Face à cette situation sans précédent, face aux virulentes critiques dont ils sont l’objet, la réaction des économistes étonne par sa timidité (...). Notre critique de la théorie existante ne porte pas tant sur la qualité de ce qui est produit dans le cadre du paradigme néo-classique que sur le fait que d’importants pans de l’économie restent ignorés. La crise l’a démontré avec éclat. Cependant cette exigence de refondation vaut par-delà la crise. Elle n’est nullement liée aux circonstances. Elle est une nécessité absolue si l’on veut que nos sociétés accèdent à une meilleure connaissance d’elles-mêmes.