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martedì 10 gennaio 2012

Giorgio Agamben - Opus Dei. Archeologia dell'ufficio - Bollati Boringhieri, It, Gennaio 2012 ** - Opus Dei Archéologie de l'Office, Homo Sacer,II, 5 - Seuil, Fr, 12 jan 2012



Giorgio AgambenOpus Dei Archeologia dell'ufficio

Prefazione

Opus Dei è il termine tecnico che, nella tradizione della Chiesa cattolica di lingua latina, designa, già a partire dal vi secolo, la liturgia, cioè «l’esercizio della funzione sacerdotale di Gesù Cristo … nel quale il culto pubblico integrale è esercitato dal corpo mistico di Gesù Cristo, cioè dal Capo e dalle sue membra» (Costituzione della sacra liturgia del 4 dicembre 1963).
Il vocabolo «liturgia» (dal greco leitourgia, «prestazione pubblica») è però relativamente moderno: prima che il suo uso si estendesse progressivamente verso la fine del xix secolo, troviamo al suo posto il termine latino officiumla cui sfera semantica non è agevole da definire e che, almeno in apparenza, nulla sembrava destinare alla sua nuova fortuna teologica.
Nel Regno e la Gloria, avevamo indagato il mistero liturgico soprattutto nella faccia che esso volge verso Dio, cioè nel suo aspetto oggettivo e glorioso; in questo volume, la ricerca archeologica si orienta invece sull’aspetto che riguarda soprattutto i sacerdoti, cioè i soggetti cui compete, per così dire, il «ministero del mistero». E come, nel Regno e la Gloria, avevamo cercato di chiarire il «mistero dell’economia» che i teologi avevano costruito rovesciando un’espressione paolina in sé perspicua, si trattava qui di strappare il mistero liturgico alle oscurità e alla
vaghezza della letteratura moderna sull’argomento, restituendolo al rigore e allo splendore dei grandi trattati medievali di Amalario di Metz o di Guglielmo Durando.
La liturgia è, in verità, così poco misteriosa, che si può dire che essa coincida anzi con il tentativo forse più radicale di pensare una prassi assolutamente e integralmente effettuale. Il mistero della liturgia è, in questo senso, il mistero dell’effettualità e solo se si comprende questo arcano è possibile intendere l’enorme influenza che questa prassi solo in apparenza separata ha esercitato sul modo in cui la modernità ha pensato tanto la sua ontologia quanto la sua etica, la sua politica come la sua economia.
Come suole avvenire in ogni ricerca archeologica, anche questa ci ha condotto, infatti, ben al di là dell’ambito da cui avevamo preso le mosse. Come attesta la diffusione del termine «ufficio» nei settori più diversi della vita sociale, il paradigma che l’opus Dei ha offerto all’azione umana si è rivelato costituire per la cultura secolare dell’Occidente un polo di attrazione pervasivo e costante.
Più efficace della legge, perché non può essere trasgredito, ma solo contraffatto; più reale dell’essere, perché consiste soltanto nell’operazione attraverso cui si dà realtà; più effettivo di qualsiasi azione umana, perché agisce ex opere operato, indipendentemente dalle qualità del soggetto che lo celebra, l’ufficio ha esercitato sulla cultura moderna un influsso così profondo – cioè sotterraneo –, che non ci accorgiamo neppure che non soltanto la concettualità dell’etica kantiana e quella della teoria pura del diritto di Kelsen (per nominare solo due momenti certamente decisivi della sua storia) dipendono interamente da esso, ma che anche il militante politico e il funzionario di un ministero si ispirano allo stesso paradigma.
Il concetto di ufficio ha significato, in questo senso, una trasformazione decisiva delle categorie dell’ontologia e della prassi, la cui importanza resta ancora da misurare.
Nell’ufficio, essere e prassi, ciò che l’uomo fa e ciò che l’uomo è, entrano in una zona di indistinzione, in cui l’essere si risolve nei suoi effetti pratici e, con una perfetta circolarità, è ciò che deve (essere) e deve (essere) ciò che è. Operatività ed effettualità definiscono, in questo senso, il paradigma ontologico che, nel corso di un processo secolare, ha sostituito quello della filosofia classica: in ultima analisi – questa è la tesi che la ricerca vorrebbe proporre alla riflessione – tanto dell’essere quanto dell’agire noi non abbiamo oggi altra rappresentazione che l’effettualità.
Reale è solo ciò che è effettivo e, come tale, governabile ed efficace: a tal punto l’ufficio, sotto le vesti dimesse del funzionario o in quelle gloriose del sacerdote,
ha mutato da cima a fondo tanto le regole della filosofia prima che quelle dell’etica.

Prima edizione gennaio 2012
© 2011 Giorgio Agamben
© 2012 Bollati Boringhieri editore
Torino, corso Vittorio Emanuele II, 86



NEW!: Toni Negri's review of Agamben's Opus Dei


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Opus Dei
Archéologie de l'Office Homo Sacer ,II, 5

Giorgio Agamben

Traduit par Martin Rueff
Date de parution 12/01/2012
L'Ordre philosophique





Opus Dei, l’« œuvre de Dieu » est l’expression qui désigne tout au long de l’histoire de l’Église catholique la liturgie, c’est-à-dire l’office du prêtre à qui incombe le « ministère du mystère ». Cette œuvre n’est-elle pas, en apparence, ce qu’il y a de plus séparé des pratiques qui régissent la vie des individus et des sociétés modernes ?
C’est cette séparation que l’enquête archéologique de Giorgio Agamben se propose de démasquer, en dévoilant les filiations inattendues et les liens cachés qui l’unissent à la modernité.
Comprendre le mystère de l’office signifie alors saisir l’influence considérable que cette pratique a exercée sur la manière dont notre culture a conçu son éthique comme sa politique, son économie comme son ontologie. Car le mystère de l’office n’est autre que le mystère de l’efficacité, à l’intérieur duquel ce que l’homme est se résume dans ce qu’il a à faire et où tout acte est un acte d’office. Du fonctionnaire au militant politique, de l’officier au professionnel, le paradigme de l’office n’a cessé de modeler la praxis des hommes : plus efficace que la loi, parce qu’il ne peut être transgressé ; plus réel que l’être, parce qu’il ne consiste que dans l’opération par laquelle il se fait réalité ; plus absolu que toute action humaine, parce qu’il agit indépendamment des qualités du sujet qui l’exerce.


Giorgio Agamben est philosophe. Son œuvre est mondialement connue. Parmi ses livres les plus récents, indiquons : Nudités (Rivages, 2009) et De la très haute pauvreté (Rivages, 2011). Opus Dei s’inscrit dans le projetHomo Sacer dont plusieurs volumes ont été publiés aux Éditions du Seuil : Homo Sacer, I, Le pouvoir souverain et la vie nue (1997), État d’exception, Homo Sacer II, 1, (2003),Le Règne et la Gloire, Homo Sacer, II, 2 (2008).


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Foucault and Theology by Jonathan Tran - Continuum Books, Uk, 2011



Pub. date: 16 Jun 2011



Near the end of his life, Michel Foucault turned his attention to the early church Fathers. He did so not for anything like a return to God but rather because he found in those sources alternatives for re-imaging the self. And though Foucault never seriously entertained Christianity beyond theorizing its aesthetic style one might argue that Christian practices like confession or Eucharist share family resemblances to Foucaultian sensibilities. This book will explain how to do theology in light of Foucault, or more precisely, to read Foucault as if God mattered. Therefore, it will seek to articulate practices like confession, prayer, and so on as techniques for the self, situate “the church as politics” within present constellations of power, disclose theological knowledges as modes of critical intervention, or what Foucault called archaeology, and conceptualize Christian existence in time through mnemonic practices of genealogy.
Table of Contents:
Acknowledgements / Introduction / Part I: Power and Totality / 1. Power / 2. Capitalism, Totality, and Resistance / Part II: Self-Writing / 3. Biography and Biopolitics / 4. Writing the Self / 5. Self-Care: The Case of Animals / Postscript

Jonathan Tran is Assistant Professor of Theological Ethics at Baylor University, Waco, Texas. His book Theology and the Vietnam War: History, Memory, and Redemption is forthcoming in the Blackwell series "Challenges in Contemporary Theology"