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venerdì 20 dicembre 2013

Aut Aut n.360/2013: All’indice. Critica della cultura della valutazione








a cura di Alessandro Dal Lago
Alessandro Dal Lago Premessa. La (s)valutazione della ricerca
Valeria Pinto La valutazione come strumento di intelligence e tecnologia di governo
Antonio Banfi, Giuseppe De Nicolao Valutare senza sapere. Come salvare la valutazione della ricerca in Italia da chi pretende di usarla senza conoscerla
Claudio La Rocca Commisurare la ricerca. Piccola teleologia della neovalutazione
Francesca Coin La valutazione dell’utilità e l’utilità della valutazione
Francesco Sylos Labini Una nota su valutazione e conformismo
Roberto Ciccarelli La bolla formativa è esplosa. Educazione, disciplinamento e crisi del soggetto imprenditore
Massimiliano Nicoli Come le falene. Precarietà e pratica della filosofia
MATERIALI
Michel Foucault
 Che cos’è un regime di verità? [1980]
INTERVENTI
Mario Novello
 Diagnosi psichiatrica e giustizia

mercoledì 19 dicembre 2012

Aut Aut n.356 - Vuoti di sapere


Aut Aut n.356 - Vuoti di sapere
Premessa
Giovanni Scibilia Raccolta. Di Richter, De Lillo e alcuni “vuoti d’arte”
Paulo Barone Passaggi a vuoto. Moribondi, visionari, desperados, “vita nova”
Antonello Sciacchitano Saggio sulla “res intensa” o l’involucro della cosa epistemica
Rosella Prezzo Ricominciare da capo. La nascita
INTERVENTI
Massimiliano Nicoli “Io sono un’impresa.” Biopolitica e capitale umano
Raoul Kirchmayr Parresia, giochi di verità e vita filosofica nell’ultimo Foucault
Francesco Valagussa L’autore e la danza. La questione della causa in tre dialoghi di Valéry
DISCUSSIONI
Luca Taddio Fenomenologia eretica “iuxta propria principia”
IN DIALOGO CON PETER SLOTERDIJK
Ubaldo Fadini Pensare la mediazione attraverso il cinismo. Tra Gehlen e Foucault
Giuseppe Ferraro L’arte della fuga
POST
Il nome del traduttore [P.A.R.]

Anteprima di 40 pg su Issuu

venerdì 16 marzo 2012

Aut Aut n. 353/2012: Il coraggio della filosofia


Premessa
MATERIALI
Pier Aldo Rovatti Il coraggio della filosofia
Rosella Prezzo Su “aut aut” e il fare filosofia. Ripensare l’“essere-al-mondo” Alessandro Dal Lago Coraggio? Fabio Polidori Tirare dritto Graziella Berto La responsabilità della scrittura Antonello Sciacchitano A partire da “aut aut” Edoardo Greblo Il plurilinguismo della filosofia Giovanni Leghissa La morte del trascendentale Davide Zoletto Una rivista “di servizio” Raoul Kirchmayr Vegliare, da capo Giovanni Scibilia Fare “vuoto” per poter pensare Paulo Barone Organizzare il disorientamento Silvana Borutti Che cos’è il sapere, oggi? Damiano Cantone Resistere alla barbarie e rispondere alla paure Ilaria Papandrea La studentessa Mario Colucci La curiosità dello psichiatra Massimiliano Nicoli Il coraggio di un mestiere impossibile Massimiliano Roveretto Una vocazione all’inattualità Pier Aldo Rovatti Pudore, pazienza (e dunque ascolto)
INTERVENTI
Pierangelo Di Vittorio Carismi del reale. L’opera d’arte nell’epoca del marketing e dello spettacolo Lorenzo Chiesa Umano, inumano e umanesimo nella “Critica della ragion dialettica” Evelyne Grossman Non c’è metalinguaggio: Lacan e Beckett Antonio Prete Poesia d’amore e cosmologia

lunedì 6 febbraio 2012

Aut Aut N. 352 - Elvio Fachinelli. Un freudiano di giudizio (Il Saggiatore, It, 2012)



[Aut Aut n. 352, dalla premessa] Le azioni di Freud sono in ribasso. Non ho statistiche attendibili in proposito. La mia affermazione si basa su un solo dato di fatto, a suo modo singolare. Dispongo di un sito web, dotato di una certa visibilità: in media tremila visite al mese, con punte di seimila; in media mille e cinquecento pagine lette al mese, con punte di tremila. Nel sito ho predisposto una decina di pagine che parlano (criticamente) di Freud e una sola che parla (molto criticamente) di Jung. Inoltre, i link interni al sito sono polarizzati decisamente su Freud. Ciononostante, con mia relativa sorpresa, da qualche mese tra le top ten delle pagine più gettonate non compare più Freud ma compare Jung. Junghismo contro freudismo dieci a uno. Lacan, che ha pure molte pagine e molti link (e moltissime critiche) a lui dedicati, galleggia per lo più a metà classifica. Le cause di questo esito singolare possono essere molte. Quella che mi viene più spontaneo e immediato immaginare, non necessariamente la più probabile, è la maggiore apparente scientificità di Freud.

Alla gente non piace vedere immischiata la scienza, oggettiva e impersonale, nelle proprie faccende soggettive e personali. La gente preferisce pensare in termini mitologici di narrazioni universali, che sente più affini alle proprie storie. Freud è carente di miti: offre un solo e misero mito, l’Edipo, contro la ragguardevole ricchezza di miti esibita da Jung. Freud gode di minori consensi di Jung, perché apparentemente concede meno alla platea, allora? Freud meno “populista” di Jung?

Non è questa la sede per discutere dei destini della psicanalisi. Rimando a un prossimo numero di “aut aut” su Freud e Jung, più volte ventilato in redazione, ma mai messo in cantiere. Qui mi limito a paragonare il dato singolare sopra riferito a un altro ugualmente singolare. Lo faccio anche per giustificare il titolo dato al numero: “Elvio Fachinelli. Un freudiano di giudizio”, decantandolo da risvolti potenzialmente polemici. Esisterebbero freudiani poco giudiziosi?

Le azioni di Elvio Fachinelli, invece, non sono mai scese. Ero uno psicanalista alle prime armi nel “tumultuoso decennio ’68-78” e leggevo con curiosità i suoi elzeviri sulla terza pagina del “Corriere”. Cosa mi attirava di questo “intellettuale lacaniano, che sposò psicanalisi e politica”, come racconta la storica della psicanalisi italiana, Silvia Vegetti Finzi? Certamente la sua capacità di analizzare le vicende del soggetto collettivo non meno di quelle del soggetto individuale, senza però confonderli e senza applicare al primo i cliché validi per il secondo. Paradigmatiche e tuttora attuali, nella Freccia ferma, le pagine sul fascismo italiano, inteso come modalità ricorrente di arresto della freccia del tempo dai tempi di Zenone alla moderna psicastenia.

Dopo la sua morte (1989) i congressi in memoria si rincorrono. Non ne ha avuti altrettanti Cesare Musatti, che pure fu suo analista e famoso perché definiva la psicanalisi come la propria sorella gemella. Ne ricordo alcuni tra i più importanti: Salerno, 20-22 ottobre 2005, La mente e l’estasi, organizzato da Rosario Conforti; Trento, 27-28 marzo 2009, Nel secolo della psicoanalisi. Elvio Fachinelli e la domanda della sfinge, organizzato da Nestore Pirillo; Firenze, 18 settembre 2010, Estasi laiche. Intorno a Elvio Fachinelli, organizzato da Adalinda Gasparini.

“Intramontabile Fachinelli”, scrive Paulo Barone, precisando subito che ciò che non tramonta è la grazia rivoluzionaria. Insomma, Fachinelli un mito? Perché no? Noi moderni siamo affamati di miti, come aveva ben capito Jung. In fondo i miti moderni sono molto pochi, solo due. Sono il Faust e il Don Giovanni, entrambi miti epistemici, come è giusto che sia in epoca scientifica: uno, quello di Faust, il mito del falso sapere (mefistofelico? scientifico?); l’altro, quello del Burlador de Sevilla, il mito del saperci fare con le donne (?) non più angelicate; in fondo, sapeva solo contarle una dopo l’altra, precisa Lacan.

A proposito di sapere, cosa sapeva Fachinelli? Tentano di rispondere i contributi raccolti in questo numero di “aut aut”, che si apre con una serie di suoi testi cosiddetti “minori”. Si comincia, simbolicamente, con uno scritto di Pier Aldo Rovatti, coevo a Claustrofilia. In quegli anni, dalle colonne di “Alfabeta” Rovatti dialogava con Fachinelli sulla nozione allora nuova e problematica di co-identità. Rovatti è poi intervenuto anche al citato convegno di Trento sulla mente estatica come pratica di pensiero. La nozione foucaultiana di “pratica” sarebbe piaciuta a Fachinelli, che era un teorico sì, ma poco amante delle teorizzazioni astratte e generalizzanti.

Lo scritto maggiore per estensione è quello di Lea Melandri, costruito secondo il paradigma del viaggio mitologico dell’eroe, alla Otto Rank o, in tempi più vicini a noi, alla Joseph Campbell. Il percorso intellettuale di Fachinelli diventa, allora, Il viaggio di Edipo alla radice dell’umano. Offre l’amorevole ripresa dei rischi che l’intellettuale affrontò nel suo attraversamento delle aporie della modernità, prima di tutte quelle insite nella dialettica individuale/collettivo, dove il collettivo è visto anche dal punto di vista del movimento delle donne.

All’estremo opposto, lo scritto minore, ma solo per numero di battute, e non meno denso di spunti di riflessione, è quello di Paulo Barone, che commenta il testo di Fachinelli su Cultura e necrofagia nell’industria culturale, del 1978, qui riportato nei Materiali. Ogni sapere è destinato a superarsi, afferma Jung, citato da Barone alla fine del suo pezzo. Ma c’è modo e modo di dileguare, tanto per dirla alla Hegel. Il modo della cultura necrofagica è quello sterile della cadaverizzazione, che non consiste nel far sparire i prodotti culturali, gli oggetti, ma nel mummificarli in un tempo pseudoeterno senza presente e senza conseguenze di pensiero.

Seguono quattro interventi presentati al citato congresso di Firenze. Sono tutti incentrati sull’ultimo libro di Fachinelli, La mente estatica, del 1989. Sergio Benvenuto rilegge il capitolo finale di Analisi finita e infinita di Freud alla luce del “significante nuovo” proposto da Fachinellli: accoglienza, in antitesi alla nozione freudiana di difesa. Invita a pensare il rifiuto della femminilità, il gewachsener Fels freudiano, come resistenza ad accogliere il nuovo. Dobbiamo pensare una nuova ospitalità del e al pensiero. È qui forse il caso di ricordare che intorno alla questione dell’ospitalità si era cimentato l’ultimo Derrida, un filosofo particolarmente vicino alla psicanalisi. Cristiana Cimino propone alcuni modi di coniugare nella pratica clinica l’“estasi laica” fachinelliana con il significante freudiano dell’Unheimliche. Adalinda Gasparini sviluppa il tema del pensiero solitario e inattuale di Fachinelli. Esiste un pensiero solitario? Forse è ontologicamente impossibile. Perciò va tentato e magari reso attuale. Luca Migliorini, matematico a Bologna, analizza i rapporti tra creazione matematica e creazione poetica: Proust contro Grothendieck, un bel match. Infine, su suggerimento di Rovatti, il sottoscritto parla di come leggeva Lacan l’allievo che Lacan non ebbe mai.

Una sintesi? Perché no, sapendo naturalmente quanto possa essere fallace. Ne propongo una esclusivamente mia, unicamente a giustificazione del titolo del numero della rivista, da me proposto e deciso in redazione con generale consenso ma, comprensibilmente, senza molto entusiasmo. Fachinelli seppe essere un freudiano di giudizio. Accolse il freudismo, lo rielaborò e lo estese dalla dimensione di pratica terapeutica individuale, cui l’avevano ridotto i freudiani ortodossi, alla dimensione di pratica politica collettiva, pur senza indulgere alla moda di allora: il freudomarxismo, via impraticabile, tentata ai tempi e per breve tempo da Wilhelm Reich. Fachinelli fu un freudiano di giudizio nel senso che applicò a Freud un giudizio critico “freudiano”. Accettò e approfondì la nozione freudiana di negazione che non nega (già in Hegel) e di meccanismo di ripetizione (già in Nietzsche), ma respinse il “delirio” dei meccanismi di difesa, espressione della mentalità bellicistica del fondatore della psicanalisi.

È questo per me un insegnamento che resta. Altrettanto “giudiziosi” dovremmo essere anche noi, quando ci diciamo freudiani. Altrettanto e forse di più dovremmo esserlo nei confronti di Lacan, quando ci presentiamo come lacaniani. Suvvia, abbiamo il coraggio di essere freudiani senza freudismi, lacaniani senza lacanismi. Non fu Fachinelli, “intellettuale lacaniano”, a darcene l’esempio? (Di un autore di tale spessore etico i miei nipoti attendono ancora le Opere complete.) [Antonello Sciacchitano]

lunedì 26 dicembre 2011

Il coraggio della filosofia. Aut Aut, 1951-2011 - a cura di Pier Aldo Rovatti (Il Saggiatore, It, 2011)




Rovatti: "Sulle pagine di aut aut combattiamo dogmi e ideologie" 
La Repubblica, 22 dicembre 2011
di Antonio Gnoli


E’ una delle riviste più belle in circolazione. A dire il vero lo è da sessant'anni. Cioè da quando Enzo Paci la fondò nel 1951. Sobria, internazionale, al passo con l'evoluzione dei tempi, aut aut è l'espressione di una filosofia militante attenta alle questioni del soggetto (vedremo in che senso) e dei rapporti con l'altro. Un'antologia di suoi scritti, curata da Pier Aldo Rovatti che ne è il direttore dal 1976, è uscita ora con il titolo Il coraggio della filosofia (il Saggiatore, pagg. 533, euro 25).


Rovatti, perché fu scelto aut aut come titolo?
«La testata alludeva a una famosa opera di Kierkegaard, ma il suo significato indicava l
'esigenza culturale di una netta presa di posizione. Siamo di fronte a un bivio – diceva Enzo Paci nel primo editoriale – o la strada della barbarie o quella della civiltà. Barbarie per lui era il pensiero dogmatico e tutte le idee di tipo assolutistico del passato e del presente. Formulò un no deciso alle forme di violenza che si riproducono attraverso i pregiudizi. Era il 1951. Sebbene la guerra e il fascismo fossero alle spalle, la cultura continuava ad essere un deserto. Un giovane professore universitario, che aveva coniugato Platone con l'esistenzialismo, e di lì a poco avrebbe scoperto la fenomenologia, ideò e fece nascere aut aut».

Lei è stato allievo di Paci. Che persona è stata?
«Paci ha scritto degli ottimi libri. Era un uomo formidabile per cultura, spirito critico e originalità di idee. Le sue lezioni alla Statale di Milano erano per tutti un
'esperienza di vita. Aveva un grande fascino. Io lo subii al punto che lasciai il corso di lettere e mi iscrissi a filosofia. Ricordo che un sabato del 1961 feci con Salvatore Veca un'esercitazione in aula su “Fenomenologia e teatro”. Il testo piacque a Paci che ci chiese se volevamo pubblicarlo sulla rivista».

Non ha l'impressione che, al di là dei meriti, della scuola fenomenologica – del tentativo di Paci di coniugare Marx con Husserl – resti ben poco?
«Marx con Husserl significava rivitalizzare il materialismo storico, salvando il marxismo critico dalla barbarie. La domanda sul soggetto che Paci allora sollevava è rimasta aperta in tutto il percorso successivo di aut aut fino a oggi».

Dopo gli anni della fenomenologia giunse il Sessantotto e aut aut è stato un buon termometro del dibattito allora in corso. Non ritiene però che il ruolo della rivista poteva essere più critico verso il movimento?
«La rivista aveva contribuito a preparare il ´68 ma non si identificò mai con il movimento degli studenti, anzi ne criticò i dogmatismi suggerendo un orizzonte filosofico molto più ampio».

Due figure di quel “decennio rosso” furono Raniero Panzieri e Franco Fortini. Il confronto con loro vi ha svincolato dal condizionamento del Pci. Ma restava il rischio di essere riassorbiti in un'idea di “soggettività rivoluzionaria” che si è mostrata velleitaria e impraticabile.
«Il decennio al quale allude è stato forse il momento più dinamico della rivista: la questione dei bisogni ne rappresentò il filo rosso, il collettore e insieme la provocazione filosofica. Le idee di alcuni allievi di Lukács (Agnes Heller in primo luogo) e le loro critiche al “socialismo realizzato” costituirono un elemento importante di questo filo. Non a caso attorno alla rivista si aggregarono intellettuali di spicco, talora assai dissimili, da Cacciari a Fortini. Eravamo una palestra di posizioni anche conflittuali. E non mi pare che in quegli anni caldi la rivista abbia mai rinunciato alla sua ispirazione critica».

Gli anni Ottanta hanno significato un rapporto privilegiato con Foucault. Lo stesso che, negli anni Novanta, si mostrerà con Derrida. Non c'è stato un eccesso di francesizzazione della rivista?
«Troppa Francia? Non so. Tra l'altro c'è da aggiungere l'interesse per Lacan che continua tuttora. Prima sembrava tutto girare attorno alla fenomenologia, che parlava tedesco, la stessa lingua di Heidegger, al quale abbiamo dedicato successivamente moltissima attenzione. Ma non credo che la geofilosofia sia un sintomo significativo. Foucault entra nelle pagine di aut aut alla fine degli anni Settanta quando il problema centrale diventa per noi quello del potere e della natura dei dispositivi in cui viviamo».

Insieme a Vattimo lei è stato fautore in Italia di un “pensiero debole”. Ritiene che questo modo di interpretare il mondo sia ancora valido? O non crede che quell´esperienza si sia consumata dopo il nuovo richiamo alla realtà e ai fatti che la determinano?
«Qui vorrei essere molto netto: il pensiero debole era inattuale nel 1983, quando uscì allo scoperto, e resta inattuale oggi, quando si vorrebbe celebrarne il funerale. Il pensiero debole non è morto semplicemente perché non si è mai permesso che vivesse davvero. Quanto ad aut aut, l'indebolimento delle pretese assolutistiche della filosofia e la critica agli usi “violenti” della verità si intonavano perfettamente con i motivi per cui la rivista era nata, cioè la denuncia di ogni barbarie del pensiero, insomma di tutte le ideologie. E si accordava altrettanto bene con la microfisica del potere e la critica al “Soggetto filosofico” che attraversano l'intero pensiero di Foucault».

I temi dell'alterità e dell'ospitalità sono le coordinate dell'ultima fase della rivista. Non c'è il rischio di un eccessivo buonismo filosofico?
«Non direi proprio che aut aut possa essere accusata di buonismo filosofico. Al contrario, è una rivista che tende a produrre fastidi e lanciare provocazioni. Alterità ha per noi significato apertura ad altri mondi culturali, ma soprattutto bisogno di stanare e descrivere le insidiose e diffuse retoriche dell'alterità che vengono spacciate per supplementi d'anima. Quanto all´ospitalità non ha niente di dolce, non è un cibo per anime belle. Come l'abbiamo intesa noi, sulla scorta di Derrida, vuol dire essere stranieri, appunto ospiti in casa propria».

Chi vi critica sostiene che la rivista sia eccessivamente filosofica. Troppo elitaria.
«È un'obiezione che condivido e che implica anche un aspetto di scrittura. Le molte proposte spontanee che arrivano in redazione sono spesso scritte in filosofese, che la dice lunga sull'idea astratta di filosofia che circola e su come l'università formi studiosi magari bravi ma spesso incapaci di comunicare».

Siamo usciti, forse, da un regime politico ma non da una crisi che ha tratti epocali. Come si posiziona aut aut di fronte alle nuove incertezze, paure e precarietà che stiamo vivendo?
«Credo che l'Italia sia ancora immersa nella cultura-spettacolo e nei suoi tratti, diciamo pure, populistici. Sottovalutare questo aspetto della barbarie sarebbe un errore. Quanto alla precarietà sociale sarebbe sbagliato attribuire alla filosofia, concreta o no che sia, il compito di prefigurare soluzioni teoriche ed etiche. Non è affar suo. La filosofia non deve venir meno al suo ruolo di descrizione e di critica. Il suo compito è individuare linee di resistenza continuando nel contempo lo smascheramento delle retoriche vecchie e nuove, visibili o striscianti. Chiamerei tutto ciò lavoro di “etica minima”».

Cosa significa?
«Un lavoro tutt'altro che di superficie, visto che mette in gioco la domanda più cruciale: che ne è oggi, nella società neoliberale realizzata, della soggettività? Assistiamo a una sorta di falsa pienezza del soggetto che illusoriamente pensa di essere un individuo libero, autonomo e padrone di sé. Quando in realtà tutto va nella direzione opposta. Il soggetto egoistico non è più una storia narrabile. Meglio ripartire dalla sua finitezza e precarietà».

sabato 3 dicembre 2011

03.12.2012 - Grande successo dell'incontro "Il mormorio della sragione"


Grande successo dell'incontro "Il mormorio della sragione. Michel Foucault e la Storia della Follia cinquant'anni dopo" nella suggestiva sala del Planisfero presso la Bibilioteca Panizzi di Reggio Emilia. Sala gremita e grande attenzione da parte del pubblico presente. Coordinatore della serata Mauro Bertani e poi via via gli interventi di Artierès, Colucci, Procacci e "last but not least" Rovatti. Prossimamente posteremo il video dell'incontro.
Ringraziamo sentitamente la struttura del Centro di documentazione di storia della psichiatria di Reggio Emilia, l' Assessorato alla Cultura di Reggio Emilia, la Biblioteca Panizzi, la rivista Aut Aut e  i partecipanti all'evento. E' il primo incontro filosofico su Michel Foucault nel quale siamo stati coinvolti come "media partner" e per il nostro giovane blog è stato il battesimo di fuoco e una grande soddisfazione.



03.12.2011 - "'Il mormorio della sragione…' Michel Foucault e la 'Storia della follia' cinquant'anni dopo"



Incontro con Philippe Artières (storico, presidente dell'Association Michel Foucault di Parig)i, Mario Colucci (psichiatra, Trieste), Giovanna Procacci (Sociologa, Milano), Pier Aldo Rovatti (Filosofo, Trieste). Coordina Mauro Bertani.
Nel corso dell'incontro verrà presentato il numero 351 della rivista Aut Aut; si tratta di un numero monografico dedicato al cinquantesimo anniversario della pubblicazione di "Storia della follia" di Michel Foucault.


In collaborazione col Centro di documentazione di storia della psichiatria di Reggio Emilia.




Sabato 3 dicembre, ore 17.30

Biblioteca Panizzi - Reggio Emilia




Sala del Planisfero 2° piano