mercoledì 3 giugno 2015

Elettra Stimilli: Recensione di 'Matteo Pasquinelli: Gli algoritmi del capitale' @ Alfabeta2, 3 giugno 2015


Gli algoritmi del capitale

di Elettra Stimilli @ Alfabeta2, 3 giugno 2015 - Read more @ A2 website


Quando era appena uscito nelle sale italiane The Wolf of Wall Street, il film in cui Scorsese narra l'ascesa e la caduta di uno dei tanti spregiudicati broker newyorkesi, nell'intenzione - da lui stesso esplicitamente dichiarata - di “scoprire come lavorano le loro menti”, viene pubblicato in Italia un volume a cura di Matteo Pasquinelli, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine delle conoscenza e autonomia del comune (Ombre Corte 2014), che tenta di inscrivere la riflessione sull'attuale crisi finanziaria tra le sofisticate pieghe della virtualizzazione della finanza e delle relazioni sociali. Più che al film di Scorsese, Pasquinelli preferisce, però, far riferimento, come antecedente artistico delle analisi contenute nel libro da lui curato, al romanzo di Don DeLillo Cosmopolis, scritto negli stessi anni del movimento di Seattle e prima del tragico attacco alle Twin Towers.
Muovendo da una riflessione sul predominio e sulla crisi del capitalismo finanziario contemporaneo, i saggi raccolti in questo volume sono tutti accomunati dall'esigenza di guardare all'orizzonte tecnologico globale nell'intento di trovare nuovi paradigmi in grado di dischiudere differenti spazi collettivi e politici. Il volume si apre con il Manifesto per una politica accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek, da molti definito il caso editoriale del 2013 all'interno del pensiero politico radicale. Sorto dall'ambiente intellettuale che ruota attorno alla rivista inglese «Collapse» - spesso individuato con l'etichetta “realismo speculativo” e legato ad autori come Reza Negarestani e Ray Brassier – il Manifesto è stato tradotto in diverse lingue e viene qui presentato in versione italiana come un'introduzione al dibattito che si è sviluppato a partire da un simposio organizzato a Berlino nel 2013.
Le tesi del Manifesto possono così essere confrontate con quelle che provengono dalle riflessioni dell'operaismo italiano che, già negli anni Settanta del secolo scorso, aveva saputo mettere a tema l'egemonia del general intellect nelle società post-fordiste, evidenziando il graduale predominio del lavoro cognitivo. Oggi tuttavia, come scrive Pasquinelli nell'Introduzione, “non è sufficiente affermare che il capitalismo [...] [sia] un capitalismo cognitivo […]. Il capitalismo ha sviluppato forme di intelligenza autonoma e di scala superiore. Si deve dire: il capitale stesso pensa” (p. 9). Il piano di sorveglianza PRISM della National Security Agency, di recente divenuto famoso grazie allo scandalo sulle intercettazioni che ha coinvolto le agenzie di intelligenceamericane - di cui, tra l'altro, si tratta in Citizenfour, il film documentario di Laura Poitras su Edward Snowden, di recente diffuso anche nelle sale cinematografiche italiane - ha rivelato in maniera palese questa situazione.
Se questo automaton tecnologico planetario sta ridisegnando i confini del nuovo nomos politico, a nulla possono servire nostalgiche visioni di un passato ormai irrecuperabile. Per gli autori del Manifesto accelerazionista si tratta piuttosto di portare all'estremo questa orientamento come attendendo una sua implosione interna, che sia, però, l'inizio per una nuova era post-capitalistica. L'accelerazione risulta in questo senso la realizzazione di tendenze che dovrebbero condurre al pieno dispiegamento di potenzialità già contenute, ma neutralizzate, nell'attuale forma del capitalismo.
Una simile analogia tra l'impero globalizzante della politica post-nazionale e le potenzialità della rete è presente anche nella prospettiva di Antonio Negri, che interviene insieme ad altri nel volume (come Franco Berardi Bifo, Mercedes Bunz, Stefano Harney, Tiziana Terranova, Carlo Vercellone, Cristiana Marazzi, ecc.). Ma il problema, per Negri, non è soltanto il fatto che “accelerazionismo” risulta un termine infelice, perché richiama “un senso futurista a quello che futurista non è” (p. 34); ma soprattutto sta nella possibilità di ricondurre questo processo alla sua organizzazione politica, alle stesse forze sociali preesistenti a qualsiasi “algoritmo” del capitale.

Matteo Pasquinelli (a cura di)

Matteo Pasquinelli: What an Apparatus is not: On The Archeology of The Norm in Foucault, Canguilhem, and Goldstein @ Parrhesia, nr. 22, 2015


WHAT AN APPARATUS IS NOT: ON THE ARCHEOLOGY OF
THE NORM IN FOUCAULT, CANGUILHEM, AND GOLDSTEIN 

by Matteo Paquinelli

@ Parrhesia philomag (Read more)

@ Academia.edu (Read more)


AGAMBEN’S ‘DISPOSITIVE’ RELIGION

In his essay “What is an Apparatus?” Agamben relates the genealogy of the Foucauldian dispositif of biopower directly to the notion of positivity in Christian theology as highlighted by Hyppolite in a passage from his In- troduction to Hegel’s Philosophy of History. Agamben believes that this ”passage [...] could not have failed to provoke Foucault’s curiosity, because it in a way presages the notion of apparatus”. Agamben then sets up a lengthy genealogy: he first relates the notion of biopolitical dispositif to Hegel’s notion of positive religion and then moves from there to the theological term dispositio. According to Agamben, the Latin dispositio trans- lates the Greek word oikonomia, which in the early centuries of theology designated “the administration and government of human history” by Christ. Agamben thus proposes to take the form in which Christianity was propagated and governed as the archetype of Foucault’s modern dispositif of biopower. (Read more ...)



Picblog: 'Dispositif 1' by Art Collective, 2003

venerdì 10 aprile 2015

Roberto Ciccarelli: Michel Foucault, l’invenzione della conoscenza @ Il Manifesto, 07Apr2015

Michel Foucault, l’invenzione della conoscenza

- Roberto Ciccarelli, 07.04.2015

@ Il Manifesto READ MORE

Filosofia. «Lezioni sulla volontà di sapere», uscito per Feltrinelli, propone i testi del primo corso svolto al Collège de France nel 1970. Conflitto tra verità e potere e la confutazione delle teorie di Freud sono alcuni «cavalli di battaglia» dello studioso
«In un angolo remoto dell’universo scintillante e diffuso attraverso infiniti sistemi solari, c’era una volta un astro su cui animali intelligenti inventarono la conoscenza. Fu il minuto più tracotante
e menzognero della storia universale». È uno dei passaggi folgoranti, dall’ironia crudele e maestosa, di Nietzsche che riflette Su verità e menzogna in senso extra-morale. Il filosofo tedesco, a cavallo di un’iperbole, ci porta all’altezza del Big Bang. Nella finzione così concepita scrive un romanzo sarcastico contro una delle verità tramandate della nostra cultura: l’Uomo esiste per conoscere. Tutto questo è falso.

Un’amicizia stellare
Per rendere il tono usato da Michel Foucault nelle Lezioni sulla volontà di sapere, tradotte da Carla Troilo e Massimiliano Nicoli (Feltrinelli, a cura di Pier Aldo Rovatti, pp. 352, 35 euro) bisogna andare a pagina 219 di questo libro e leggere la lezione su Nietzsche. È un testo contenuto in una delle ampie appendici riprodotte nel volume insieme ai testi ricostruiti del primo corso svolto al Collège de France nel 1970.
Quella su Nietzsche è una lezione fondamentale, scritta nervosamente, quasi scalettata, frusta. Gli argomenti sono esposti per punti, pronti per essere pronunciati davanti ad un pubblico. Sono i mesi in cui più intenso procede il corpo a corpo con il filosofo tedesco. Foucault ha fatto il suo ingresso al Collège de France, il pantheon dell’accademia di Francia, introdotto dal matematico epistemologo
e filosofo analitico Jules Vuillemin, titolare della cattedra di «filosofia della conoscenza». Lui, invece, scelse per sé l’insegnamento di «storia dei sistemi di pensiero», come spiegò nella lezione inaugurale L’ordine del discorso, pubblicata in Italia da Einaudi.
L’amicizia stellare con Nietzsche, per usare un’espressione amata da questo filosofo, viene rinsa- ldata sin dalle prime pagine dei corsi che dureranno fino al 1984, l’anno della morte di Foucault. Con Gilles Deleuze, Pierre Klossowski, l’autore di Le parole e le cose o Sorvegliare e Punire è stato tra
i promotori e interpreti della Nietzsche-renaissance che, negli anni Sessanta, pose al centro dell’attenzione un Nietzsche riletto alla luce del pensiero della differenza. Un approccio che lo sottrasse dalla morsa della filosofia dell’Essere di Heidegger, come del pensiero negativo, per non parlare delle letture alla György Lukács che aveva ridotto il filosofo tedesco, e le sue contraddizioni, ad un anticipatore dell’irrazionalismo e del fascismo europeo. Libri come Nietzsche e il circolo vizioso (Klossowski), Differenza e Ripetizione (Deleuze) e un saggio come Nietzsche, la genealogia e la sto- ria cambiarono radicalmente il piano della discussione. Ancora oggi sono un giacimento unico per la riflessione filosofica e per quella politica sull’immanenza.
Le Lezioni sulla volontà di sapere nascono in questa temperie che ha segnato a fondo il pensiero critico e radicale negli ultimi 40 anni. E segneranno anche quell’immensa opera, oggi emersa e pubblicata, che è la ricerca contenuta nei tredici corsi al Collège de France.

Riso, disprezzo, disgusto
Orientandosi nei frammenti raccolti nella contestata antologia postuma La volontà di potenza, così come tra le maggiori opere di Nietzsche come la Genealogia della morale, Foucault chiarisce il significato dell’espressione «volontà di sapere». Un concetto che non è assimilabile né alla conoscenza, né alla «volontà di verità» che Heidegger assimilava alla «volontà di potenza», in questo seguendo Nietzsche.
Per Foucault, il sapere implica un doppio rapporto: agli oggetti della conoscenza e al sé conoscente. Sin dall’età classica, questo rapporto si è espresso attraverso il discorso sulla razionalità che ha separato il razionale dal non razionale, il normale dal patologico. In questa cornice il sapere esprime la volontà di dare un ordine al mondo e di governare gli individui. Il suo obiettivo è disciplinare il mondo attraverso la produzione di saperi che disciplinano il potere stesso. Non si tratta di «conoscere», ma di «sussumere, schematizzare, intendersi e calcolare». Il conoscere è dunque il risultato del dominio delle cose e del disciplinamento delle persone.
Da questi brevi tratti si comprende la centralità del nesso tra sapere e potere. Foucault lo spiega studiando Nietzsche da cui trae anche una definizione immanente, e non egoistica, del conoscere. «Necessaria prima di tutto: la gioia di ciò che esiste», scrive Nietzsche. E ancora: «L’istinto conoscitivo, toccati i propri confini, si rivolge contro se stesso per passare alla critica del sapere, la conoscenza al servizio della migliore delle vite. L’uomo stesso deve volere l’illusione – in questo sta il tragico. L’enorme e indiscriminato impulso verso una conoscenza a sfondo storico è un segno che la vita è invecchiata».
Istinto di appropriazione
Prima di leggere il corso è fondamentale partire da un assunto: la conoscenza non si trova in natura e non costituisce il più antico istinto dell’uomo. Non è la fame, non è la sete, non è il sesso. In quell’antro buio del tempo, prima che ogni cosa abbia inizio e mentre ogni cosa diviene, non c’è la garanzia esterna di un intelletto divino. Per Nietzsche la conoscenza non è il fuoco rubato da Prom- eteo per illuminare il mondo. E non è nemmeno il frutto dell’imitazione dell’intelligenza umana che ricorda uno spettacolo divino.
Le cose che l’uomo ha trovato nel mondo sono terribili, caotiche, crudeli. Non esistono per noi, né mostrano un volto intellegibile che attende di incrociare il nostro sguardo in attesa di nascere. Il mondo non parla la lingua umana, non segue il nostro ordine, non risplende nel concatenamento, nella forma, nella bellezza, nella sapienza che hanno ispirato l’arte, la filosofia o la politica. La conoscenza è un’invenzione ed è il risultato della cattiveria, del ridere, del disprezzo, del disgusto che si protegge contro la dismisura della vita. Dietro quell’invenzione che ha portato a credere che la conoscenza sia un esercizio accademico, o il dono di una capacità pratica nell’affrontare gli eventi, si nasconde un gioco di istinti, impulsi, desideri, timore, volontà di appropriazione.
Questa è la scena descritta da Foucault nel 1970. Qui si affrontano le spinte che producono una «conoscenza» sempre asservita o dipendente. La volontà di sapere è sempre interessata: non solo a se stessa, ma a ciò che è suscettibile di interessare l’istinto o gli istinti che la dominano.
Il nome di Edipo
Foucault commenta i grandi testi della Grecia antica: Esiodo, Aristotele, Omero, Sofocle, i sofisti. E riflette su alcuni dei loro interpreti: Kant, Spinoza e Nietzsche. Un intero capitolo, ammirevole,  è dedicato all’Edipo Re di Sofocle che attesta in maniera emblematica il conflitto che ha prodotto una certa idea di conoscenza. L’oracolo di Delfi predisse a Laio che sarebbe stato ucciso da suo figlio, il quale avrebbe anche sposato sua madre Giocasta. Laio cerca di sottrarsi a questo destino e, dopo avere effettivamente concepito un bambino con Giocasta, lo affida ad un servo. Il bambino, salvato da un pastore, viene consegnato alla moglie del re di Corinto. Arrivato all’età adulta Edipo, credendo a sua volta di fuggire dall’oracolo, incontra sul suo cammino Laio. E lo uccide dopo una rissa. Finirà per sposare Giocasta dalla quale avrà quattro figli. Su Tebe si abbatte la peste. Edipo interroga Tiresia, mentre un servo gli rivela le sue vere origini. Giocasta si uccide, Edipo si acceca.
Se per i greci Edipo è l’eroe tragico della dismisura, per Freud è l’eroe colpevole di desiderare inconsciamente sua madre al punto da uccidere il padre. Nel 1896 Edipo diventa l’eroe borghese della psicoanalisi:colui che destituisce e uccide il padre, si impossessa della proprietà, gode al suo posto ed esprime la volontà di fondersi con sua madre, figura originaria e passiva di tutti gli affetti.
Foucault critica la reinvenzione freudiana del mito di Edipo e sostiene che la tragedia mette in scena lo scontro tra saperi e poteri: la procedura giudiziaria dell’inchiesta, la legge divinatoria, la sovranità e la sua trasgressione, i saperi degli uomini umili (i servi, i pastori) contro la conoscenza enigmatica dell’oracolo. L’elemento più importante è quello politico. Ciò che scompare con Edipo è l’antica forma del Re orientale, il Re-tiranno che governa la città con il suo sapere. La sua caduta rivela la natura di ogni sovranità. Edipo, infatti, si acceca per non vederne i delitti. La conoscenza rivela quanto il potere sia fondato sull’ingiustizia e non sulla purezza, sul disinteressamento, sulla coscienza.
Invece di comprendere a fondo questo atroce conflitto, il sapere occidentale rimuove questa verità. Edipo è diventato il segno di questa rimozione. Trasformato dal mito, questo personaggio cerca di allontanarsi dalla tremenda verità della vita. «Edipo non racconta la verità sui nostri istinti e sui nostri desideri — spiega Foucault — ma un sistema di costrizione al quale obbedisce il discorso della verità in tutte le società occidentali».
Cosa può un corpo
Le lezioni sulla volontà del sapere sono la prima incursione strutturata nel sapere antico da parte di Foucault. Negli ultimi anni di vita, il filosofo sviluppò l’analisi del potere oltre l’epistomologia storica che aveva ispirato Le parole e le cose o L’archeologia del sapere. Lo studio del sapere greco-romano lo portò a formulare un’idea della politica come esperienza dei corpi, cioè come esercizio etico di sé e della potenza di esistere. Della filosofia greca Foucault valorizza le «tecniche del sé» e i «processi di soggettivazione» elaborati per governare la vita sessuale. Al centro del suo interesse non c’è più il soggetto cartesiano della razionalità disincarnata, ma quello che conosce nonostante se stesso. Il sapere, ora, serve a conoscere le possibilità di un corpo.
Queste sono le basi del confronto critico con la psicoanalisi condotto dal 1970 in poi. Non è un caso che il primo volume della trilogia sulla Storia della sessualità abbia un titolo simile a quello del corso del 1970: la Volontà di sapere. Quattro anni dopo, nel 1980, Foucault avrebbe aperto con il corso sul governo dei viventi il laboratorio per costruire una genealogia alternativa alla filosofia della coscienza che domina il sapere occidentale. Il campo di battaglia è la sessualità. Il suo avversario è il potere simbolico di una sovranità perduta: la legge del padre.

© 2015 IL NUOVO MANIFESTO SOCIETÀ COOP. EDITRICE 

venerdì 6 marzo 2015

Foucault and the History of Our Present - Edited by Sophie Fuggle, Yari Lanci and Martina Tazzioli (Palgrave Macmillan, 2015)


Foucault and the History of Our Present, 
edited by Sophie Fuggle, Yari Lanci, and Martina Tazzioli

According to philosopher Michel Foucault, the ‘history of the present’ should constitute the starting point for any enquiry into the past and a critical ontology of ourselves. This book comprises a series of essays all centring on the question of the present or, rather, multiple presents which compose contemporary experience. The collection brings together philosophical readings of Foucault which try to rework his thought in light of our present, together with practical analyses of our own moment which draw on his methodological approaches to questions of power, knowledge and subjectivity. Covering a range of topics including freedom, politics, ethics, security, war, migration, incarceration, the sociology and political economy of new media, Marxism and activism, Foucault and the History of Our Present features essays from Tiziana Terranova, Alberto Toscano, Judith Revel, Sanjay Seth, Saul Newman, Mark Neocleous and William Walters.
Introduction; Martina Tazzioli, Sophie Fuggle, and Yari Lanci
PART I: HISTORIES OF THE PRESENT
1. ‘What Are We at the Present Time?’ Foucault and the Question of the Present; Judith Revel
2. What is Capitalist Power? Reflections on ‘Truth and Juridical Forms'; Alberto Toscano
3. Foucault in India; Sanjay Seth
4. ‘Critique Will Be the Art of Voluntary Inservitude': Foucault, La Boétie and the Problem of Freedom; Saul Newman
PART II: SPACES OF GOVERNMENTALITY
5. The Other Space of Police Power; or, Foucault and the No-Fly Zone; Mark Neocleous
6. On the Road with Michel Foucault: Migration, Deportation and Viapolitics; William Walters
7. Securing the Social: Foucault and Social Networks; Tiziana Terranova
PART III: TROUBLING SUBJECTIVITIES
8. Human Pastorate and ‘la vie bête'; Alain Brossat
9. Beyond Slogans and Snapshots: The Story of the Groupe d’Information sur les Prisons; Sophie Fuggle
10. Troubling Mobilities. Foucault and the Hold’s over ‘Unruly’ Movements and Life Time; Martina Tazzioli
PART IV: POLITICS OF TRUTH
11. Environmentality and Colonial Biopolitics. Toward a Postcolonial Genealogy of Environmental Subjectivities; Orazio Irrera
12. Pierre Hadot and Michel Foucault on Spiritual Exercises: Transforming the Self, Transforming the Present; Laura Cremonesi
13. A Decolonizing Alethurgy. Foucault after Fanon; Matthieu Renault
14. Ethics as Politics. Foucault, Hadot, Cavell and the Critique of Our Present; Daniele Lorenzini
15. Interview with Judith Butler: Resistance and Vulnerability; Federica Sossi and Martina Tazzioli

sabato 28 febbraio 2015

Foucault contro Marx, anzi con .... @Marx21.it - 26.05.2005


Foucault contro Marx, anzi con ....
@Marx21.it
26.05.2005

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Quanto ha inciso Marx nella formazione di Foucault? E quanto il pensiero di quest’ultimo ha segnato lo sviluppo del marxismo occidentale? A questi interrogativi ha tentato di dare una risposta “Foucault, Marx, marxismi”, un convegno organizzato ieri l’altro dal dipartimento di filosofia dell’università di Bologna ieri l’altro. Manlio Iofrida – tra gli studiosi intervenuti - ha esplorato uno dei periodi più trascurati dalla letteratura critica, il Foucault che, all’inizio degli anni ’50, si iscrive al Pcf. Le sue posizioni filosofiche oscillano, all’epoca, tra la psicologia esistenziale di Biswanger (di filiazione heideggeriana) e un marxismo ortodosso in cui trovano spazio elementi di osservanza sovietica (in particolare Pavlov). I marxismi dell’epoca si formano in una nebulosa: dalle ascendenze surrealiste, all’opera di Bataille e del Blanchot del dopoguerra, fino al poeta e resistente Réné Char. Più tardi Foucault non avrebbe sostituito Marx con Heidegger, quanto piuttosto a un marxismo di osservanza sovietica un marxismo “nietzscheanoheideggeriano”. Non una cancellazione di Marx, ma l’esordio di un diverso rapporto con Marx, non più soggetto all’ortodossia. Foucault - ha notato Guglielmo Forni Rosa - distingue il riconoscimento dell’importanza di Marx dalla critica del marxismo come istituzione ancorata ad apparati di potere (partito, Stato). Il rifiuto del marxismo come scienza non è tanto una contestazione della legittimità del marxismo a comparire fra le scienze sociali del XIX secolo, ma come critica degli effetti di potere propri del discorso scientifico. L’analisi del rapporto con Marx è ostacolata tanto dal “gioco” di Foucault che usa frequentemente Marx senza citarlo, quanto a diverse imprecisioni nelle citazioni. Il caso più importante - ricordato nel convegno da Rudy Leonelli - è quello della conferenza del 1982, Le maglie del potere, in cui Foucault indica luoghi del Capitale come un punto di riferimento per un’uscita dalla concezione giuridica del potere. Con il riferimento (erroneo) al II libro del Capitale, Foucault si riferisce in realtà a brani del tomo 2 del primo libro, (IV sezione). Solo se si individua il Marx al quale si riferisce Foucault, si può leggere l’analisi delle tecnologie del potere come una generalizzazione delle analisi marxiane. Il Foucault più propriamente politico è ricordato soprattutto per le tesi dell’opera Le parole e le cose del 1966, dove contestava la reale rottura epistemica di Marx rispetto all’economia politica ricardiana - come precisa Stefano Catucci. Più tardi Foucault cercherà non tanto di “ritrattare” questa tesi, ma di circoscriverne la portata e sottolineare la rottura costituita dagli scritti storici di Marx. Alla radice della critica foucaultiana del marxismo, stanno in primo luogo i deludenti esiti dell’esperienza sovietica, la mancanza nel socialismo di un’autonoma concezione della «governamentalità», una pratica di potere che si esprime in termini di fedeltà ad un testo. Per molti versi si possono vedere corrispondenze tra le ricerche dell’operaismo italiano e le genealogie di Foucault, come segnala Marco E. Giacomelli. L’inchiesta sul cremonese di Montaldi (1956) inaugura un atteggiamento “partecipante”, in opposizione alla pretesa neutralità del ricercatore. Gli operaisti privilegiano il terreno dell’inchiesta, della co-ricerca (Guiducci, Alquati). Esperienze accomunabili a Foucault per il primato della pratica, il riferimento al sottoproletariato, il carattere disseminato del potere, il tema della società-fabbrica. Ancora oggi lo strumento dell’inchiesta potrebbe rivelarsi più attuale di certe impostazioni che insistono unilateralmente sul passaggio “epocale” al lavoro immateriale e sottovalutano le dimensioni del comando capitalistico. Alberto Burgio afferma la possibilità di leggere tanto Marx quanto Foucault come due diverse imprese fondamentalmente critiche. L’esigenza di staccarsi dalla vulgata che vuole un Foucault senza (o contro) Marx, deve farci chiedere da dove proviene: in primo luogo da Foucault stesso che, contestando il ricorso rituale e intimidatorio a Marx, usa Marx senza citarlo, e spesso laddove Marx è per lui più importante. Identificare questo Marx non citato è decisivo in quanto ci permette non solo di capire meglio Foucault e il suo rapporto con Marx, ma anche Marx stesso. Foucault ha ricordato l’importanza di Marx per lo sviluppo del concetto produttivo di potere, riguardo sia al potere disciplinare sia alla storia della sessualità. La derivazione marxiana è esplicita, così come è decisivo il ruolo dei rapporti capitalistici. Contro le ricorrenti letture economicistiche di Marx, Foucault ci ricorda che Marx è un eccezionale analista dei rapporti di potere. Di più, Foucault mette in campo un concetto di egemonia che rinvia chiaramente a Gramsci. Ma resta il limite dell’analisi molecolare del potere che, secondo Burgio, non riesce a rendere conto delle crescenti divaricazioni e gerarchizzazioni. - See more at: http://www.marx21.it/component/content/article/42-articoli-archivio/6905-foucault-contro-marx-anzi-con.html#sthash.qVrgwVi8.dpuf

lunedì 23 febbraio 2015

Chez Foucault - 1978 L.A.'s punk fanzine about power and Foucault by Simeon Wade @ Progressive Geographies, 23Feb2015



Stuart Elden wrote in Progressive Geographies:
"Back in December I posted about an elusive publication which contained a 1976 discussion with Foucault which appeared in Chez Foucault, Los Angeles: Circabook, 1978, pp. 4-22. While this text is translated into French for Dits et écrits (online here), I wanted to find the original. Dits et écrits describes the publication this way – “The Circabook is a sort of campus polycopié” – a handout or pamphlet, a mimeograph, effectively a fanzine. I could find no library that has a copy. Well now I have a scanned copy, thanks to the kindness of a reader. And it's available to download here - an interesting document and the only English source of this interview."

sabato 21 febbraio 2015

Michel Foucault: Genealogie del presente @ Manifesto Libri, 20Feb2015


Michel Foucault. Genealogie del presente

CON UN’INTERVISTA A MICHEL FOUCAULT E UN’INTERVISTA A DANIEL DEFERT
Saggi di Laura Cremonesi, Daniele Lorenzini, Orazio Irrera, Martina Tazzioli, Paolo B. Vernaglione
L’occasione di questa pubblicazione è stato il trentennale della scomparsa di Michel Foucault.  Nel 2014 in tutto il mondo convegni e libri hanno reso testimonianza  dell’opera di chi, a ragione, può essere considerato tra i grandi della storia del pensiero. Ma l’occasione non ha fatto e non può fare di Foucault un “classico” della filosofia, o dell’epistemologia, tantomeno la sua vasta produzione può essere circoscritta nell’area accademica ­– benchè ormai università e centri di formazione, luoghi di produzione e condivisione del sapere e imprese editoriali abbiano moltiplicato l’interesse per l’autore dei corsi al College de France. La figura di Foucault infatti, come accade a quei filosofi che da una posizione decentrata riscrivono categorie e forme del sapere, vive in questi anni di un paradosso: un pensiero del fuori e una cultura della marginalità sono stati indagati  e compresi a partire dalle  scansioni temporali che filosofi, storici ed epistemologi hanno assegnato ai grandi eventi e ai passaggi d’epoca, l’antichità, l’epoca classica, la modernità. Con Foucault infatti la pratica della storia ha aperto il pensiero, infrangendo le barriere disciplinari e gli specialismi, per catturare un’ontologia del presente di cui l’attualità chiede la restituzione.
Del resto il paradosso di un archeologo non può che essere questo. D’altra parte produrre discorso nell’orizzonte di una critica radicale del sapere, dei rapporti di potere e delle forme di soggettivazione comporta una reazione forte di quella modernità che è stata criticata e  messa in scacco con i suoi stessi strumenti concettuali.
Da questa particolare postura, assunta nell’elaborazione di un metodo genealogico, a partire dagli scorsi anni Sessanta, si stacca la problematizzazione dello strutturalismo e della fenomenologia,  e deriva quello sguardo trasversale sul sapere e la storia che ha molto in comune con il gesto sovversivo di Nietzsche nei confronti della metafisica.  L’”uso” che è stato e continuerà ad essere fatto del pensiero di Foucualt costituisce, non solo per questi motivi, il lascito più importante e produttivo per le generazioni a venire. Infatti movimenti di contestazione, comunità gay, teorici politici radicali, nonchè quei rari filosofi che assumono l’archeologia dei saperi e del linguaggio come orizzonte complessivo di ricerca, e la genealogia come metodo analitico, hanno continuato l’opera foucauldiana, rendendo esplicito l’intreccio inestricabile di pensiero e prassi e sgombrando in via definitiva il campo sia dall’ideologia dell’intellettuale come figura separata dalla società, ideologia resistente fino a Sartre, sia dall’idea che la militanza politica escluda la riflessione e sia l’orizzonte esclusivo dei conflitti.
D’altra parte la ricerca e il dibattito intorno alla follia, all’organizzazione discorsiva dei saperi, ai dispositivi disciplinari e alle forme di soggettivazione vivono nella contraddizione che si è aperta tra ricezione del pensiero di Foucault e la rilettura più o meno filologica della sua opera. Ricerca e confronto che hanno impegnato almeno tre generazioni di studiosi, militanti e ricercatori, prima di acquisire il rango di tematiche del presente, con l’inevitabile genericità che comporta l’adattamento ad un’attualità che le respinge, di questioni inscritte nella carne viva di esistenze compromesse. Così, mentre negli anni Sessanta il metodo inaugurato da Le parole e le cose e L‘ Archeologia del sapere si scontrava con la tradizione storicista e lo strutturalismo, risultando di difficile penetrazione anzitutto in Francia, negli anni Settanta la stagione dei conflitti operai e studenteschi produceva un controeffetto sul lavoro che Foucault  sviluppava sulle istituzioni disciplinari e la microfisica del potere, annodando riflessione e pratica politica, teoria e analisi delle contraddizioni del capitalismo nel confronto con il pensiero di Marx, letto a sua volta per la prima volta fuori e contro i “marxismi”.
Laddove poi la modernità assumeva l’abito e il ritmo della “modernizzazione”, negli anni Ottanta, la grande riflessione di Foucault sulle pratiche di soggettivazione, la parresia, la cura di sè e il governo dei viventi, rendevano esplicito il rapporto essenziale tra l’ “inattualità” del metodo archivistico e la registrazione del presente, dotando il pensiero di un formidabile strumento di penetrazione di una realtà considerata debole perchè postideologica. Ciò che è successo dopo, con la pubblicazione progressiva dei Corsi, dell’impressionante mole dei Dits et Ecrits e con la progressiva pubblicazione delle conferenze e degli interventi degli anni Ottanta, di cui abbiamo anche parziale testimonianaza on line con le registrazioni audio e video, ha contribuito in larga misura a rendere popolare la ricezione e l’ascolto di Foucault, aprendo quel piano concettuale che va sotto il nome di “biopolitica”. Questo rimane a tutt’oggi il luogo più discusso e rielaborato del suo pensiero.

mercoledì 18 febbraio 2015

Mauro Bertani, Daniel Defert, Alessandro Fontana, Thomas C. Holt Textes réunis par Jean-Claude Zancarini: Lectures de Michel Foucault. Volume 1: À propos de « Il faut défendre la société » - ENS Éditions (30 janvier 2014) - Format Kindle


  • Lectures de Michel Foucault. Volume 1: À propos de 

    « Il faut défendre la société »


    Mauro Bertani, Daniel Defert, Alessandro Fontana, Thomas C. Holt
    Textes réunis par Jean-Claude Zancarini

  • Format : Format Kindle
  • Taille du fichier : 1714 KB
  • Nombre de pages de l'édition imprimée : 115 pages
  • Editeur : ENS Éditions (30 janvier 2014)
  • Langue : Français

Les contributions réunies dans ce volume constituent une des premières tentatives pour prendre en compte la nouveauté qu’entraîne la mise à la disposition du public des cours de Foucault au Collège de France. Dans « Il faut défendre la société», Foucault envisage les questions du pouvoir, de la guerre comme analyseur des rapports de pouvoir et fait la généalogie du discours historico-politique de la guerre des races, depuis ses prémisses au XVIe siècle jusqu’à sa transformation en racisme d’état au XXe siècle. L’objectif visé par ces Lectures de Michel Foucault n’est pas de soumettre l’analyse de ce dernier à la grille d’un commentaire érudit, mais de problématiser le lien entre le discours historique de la guerre des races, aux XVIIe et XVIIIe siècles, et le racisme biologique de la fin du XIXe siècle, à travers l’hypothèse générale du développement du bio-pouvoir en Occident. Il s’agit ici avant tout, au-delà de toute volonté d’exégèse célébrative, d’ouvrir des voies nouvelles de réflexion qui prolongent parfois, mais aussi déplacent ou contestent, les pistes tracées par Foucault. On lira dans ce livre des contributions sur la généalogie des concepts foucaldiens - notamment celui de bio-pouvoir - leur mode d’articulation et la perspective militante dans laquelle ils s’inscrivent (M. Bertani et A. Fontana) ; une interrogation sur la nature du tournant que représente ce cours dans la pensée de Foucault (D. Defert) ; une réflexion sur l’articulation du problème politique du pouvoir et de la question historique de la race qui met en évidence la nécessité, pour que cette « généalogie du racisme» puisse aboutir, de faire intervenir l’histoire de la traite des noirs et du système esclavagiste (T. C. Holt) ; enfin, parce que ces réflexions furent, à l’origine, menées dans une journée d’étude passionnée, on y trouvera les interventions d’autres chercheurs sur ces hypothèses, ces analyses et ces questions.

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Federico Zappino: Cosa sono le risorse umane? @ Alfabeta2 online, 18Feb2015 (Recensione del libro di Massimiliano Nicoli: Le risorse umane)


Federico Zappino: Cosa sono le risorse umane?  
@ Alfabeta online, 18Feb2015 

(Recensione del libro di Massimiliano Nicoli: Le risorse umane)

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Il modo in cui la nuova ragione del mondo neoliberista imperversa e continua a imporsi ovunque, senza incontrare consistenti e ben organizzate ragioni contrarie, può essere solo parzialmente leggibile se non si è disposti a comprendere come questa imperversi e s’imponga innanzitutto “dal basso”, nei luoghi e nei rapporti quotidiani di lavoro, sia pubblici sia privati. Dagli anni Settanta in poi, e in particolare sotto l’egemonia dei governi liberisti degli anni Ottanta, il modello dell’impresa privata – e della sua etica protestante che, come diceva il borghesissimo Weber, è spirito del capitalismo – è assurto a paradigma non solo del modo di organizzazione del lavoro in generale, ma anche del modo di governo, di relazione e di soggettivazione – come ben attestano note formule quali soggetti-impresa, o imprenditori di se stessi.
In seno a questo paradigma, le modalità di gestione delle risorse umane – perfettamente consone ai processi di precarizzazione, di desindacalizzazione e di de-welfarizzazione – individualizzano pressoché ovunque il rapporto che ciascun lavoratore intrattiene sia con la propria mansione e con la propria autovalorizzazione, sia con chi decide dei suoi rinnovi contrattuali, anche quando non sono retribuiti. Tali forme, da un lato erodono la dimensione collettiva e sociale del lavoro, così come le possibilità concrete di autonomia e di alleanza tra lavoratori; dall’altro riempiono i buchi di tale erosione attingendo a tutta una serie di pseudoscienze derivanti in particolar modo dalla psicologia positivistica e, più di recente, dalle neuroscienze o dalla programmazione neurolinguistica (PNL), così come dalla filosofia, con le quali dissimulare o giustificare l’arbitrio e portare finalmente a compimento la spoliticizzazione integrale del lavoro e dei lavoratori su larghissima scala, mediante una gestione perfettamente determinabile e programmabile, almeno quanto determinabili e programmabili, secondo tali scienze, sarebbero la Mente, i Nervi, il Corpo. Lavoratori e individui, dunque, che non solo sopportino la precarietà e l’eclissi dei diritti sociali, o che ad esse soccombano sotto l’irruzione della necessità, ma che addirittura sposino convintamente questa nuova razionalità. E che, se adeguatamente valorizzati, pervengano a farsene promotori, ad amarla, quasi a erotizzarla.
In altre parole, per comprendere appieno la ragione neoliberista occorre addentrarsi nei sentieri del management, come fa bene il libro di Massimiliano Nicoli, Le risorse umane, appena pubblicato per Ediesse. Nicoli, che è studioso di Foucault e anche attivista sindacale, offre validi strumenti per la ricostruzione e l’analisi di questo processo (tra cui un opportuno Glossario in coda al testo), e lo fa proprio restituendogli una profondità storica e concettuale, secondo il metodo genealogico foucaultiano, in grado di mettere in risalto le varie strategie, i vari conflitti e i vari campi di forze che sono confluiti nella sua stratificazione. Interessante è dunque il carotaggio nella tanta letteratura manageriale contemporanea (cap. 1), volto a mettere in luce quanto sia stata proprio la fagocitazione di saperi e discorsi umanistici ad aver costituito uno dei tasselli necessari per l’attuale gestione delle risorse umane.
Essa ha consentito infatti di lubrificare, innanzitutto a livello discorsivo, la penetrazione del capitale in ogni spazio del vivente: da un lato, conferendo un volto nuovo all’impresa, responsabilizzandola rispetto ai problemi dell’umanità e dell’ambiente (la corporate social responsibility, uno dei modi attraverso i quali il capitale fa pink e greenwashing); dall’altro mediante l’esortazione al «dialogo» e alla «sinergia», così come attraverso l’appello a concetti che mirano a catturare e coinvolgere individualmente il soggetto, quali la «responsabilità» individuale per un «progetto comune», o la «speranza».
Processi di individualizzazione, questi, che non potevano essere colti dalle analisi di Marx ed Engels delle fabbriche dell’800, in cui vigevano sì la gerarchia, la disciplina e disordinate forme di pianificazione, ma in cui si auspicava anche la cooperazione tra i salariati come «forma specifica del processo produttivo», come presupposto per quella «forza di massa» necessaria al capitale, che finiva regolarmente per agevolare forme collettive di antagonismo, di sciopero e di sabotaggio da parte degli operai, e dunque per rallentare i processi produttivi (cap. 2).
Nemmeno il modello organizzativo di Taylor riuscirà a imbrigliare del tutto la «mano ribelle del lavoro»; ma certo Taylor – e il suo «matrimonio» con Ford (cap. 3) – darà vita a un «paradigma produttivo» altamente razionale e inflessibile che diverrà egemonico in tutto il mondo industrializzato. E che, interpretato qui con lo strumentario foucaultiano, si pone per la prima volta come un «dispositivo di controllo-assoggettamento», ossia un dispositivo in cui il lavoratore non è solo soggiogato al processo produttivo, ma acquisisce competenze e abilità in seno allo stesso processo – assume un’identità.
L’identità individuale del singolo lavoratore diventa centrale nei processi produttivi contemporanei. Il management, che vede il suo antenato più prossimo nel taylorismo ma che, a differenza di questo, è maggiormente ispirato alla flessibilità del toyotismo giapponese (cap. 4) è d’altronde quell’insieme di tecniche, saperi, e dunque poteri, di direzione e di gestione aziendale che consiste nella definizione degli obiettivi futuri mediante decisioni prese innanzitutto a partire dalla valorizzazione delle risorse disponibili: risorse che, in tempi di capitalismo finanziario, relazionale e immateriale, sono principalmente risorse umane.
Il management è dunque la forma di governo paternalistica (e totalitaria) dei luoghi e delle relazioni di lavoro; ma il management è la forma di governo anche dell’intera società post-taylorista e postfordista, in cui il mondo coincide con il capitale, o in cui l’impresa ha totalizzato il mondo, e in cui dunque non si dà più alcuna distinzione tra luoghi, tempi e relazioni di lavoro e di tempo libero, tra soggetti e soggetti produttivi: ogni competenza o attitudine relazionale, dai saperi tradizionali all’orientamento sessuale, è una risorsa messa costantemente a valore e al lavoro dal capitale. Meccanismo la cui perversione, tra le altre cose, è consistita nell’aver consentito l’inclusione strumentale nei processi produttivi e di messa a valore – ossia: nel mondo – di quei soggetti un tempo esclusi, come ben dimostra il diversity management, appunto.
Il management, in altri termini, è il contraltare aziendale – e dunque: la stessa cosa – della governamentalità neoliberale. D’altronde, la formula «risorsa umana» ha il pregio di evocare proprio quella compenetrazione tra soggettività e potere – il pregio di mettere in evidenza che quel processo mediante il quale il management procede alla gestione delle risorse umane non è l’altra faccia, bensì l’unica faccia del capitale, il quale produce meticolosamente ciò da cui poi estrae valore. Che a questo processo sia possibile opporre resistenza appellandosi foucaultianamente alle semplici controcondotte, soprattutto quando sono in pochi a farlo, è una questione aperta. Senz’altro, la genealogia tracciata da Nicoli offre ottimi strumenti concettuali a quanti abbiano in mente una ragione contraria – una ragione, cioè, che senza uscire dallo strumentario foucaultiano, ritiene che le varie controcondotte debbano trovare un modo per organizzare qualcosa in comune.

domenica 15 febbraio 2015

24 Avril 1971 Michel Foucault: Le fou et les institutions des jeux @ Club Tahar Haddad, Tunisie (from Conférence: Folie et civilisation, 1971) - Revue Les cahiers de Tunisie 3e-4e Trimestres 1989







Please read the whole lecture @ Les Cahiers de Tunisie

NB: il testo completo, tradotto in italiano, della conferenza "Folie et civilisation"si trova all'interno della raccolta di Michel Foucault intitolata "Follia e psichiatria. Detti e scritti 1957 - 1984) a cura di Mauro Bertani e Pier Aldo Rovatti (Raffaello Cortina editore, 2005).

venerdì 13 febbraio 2015

Cesare de Seta: Sos Albergo dei Poveri: ospiti la Biblioteca Nazionale @ Corriere della Sera 13 febbraio 2015


Sos Albergo dei Poveri: ospiti la Biblioteca Nazionale

di Cesare de Seta @ Corriere della Sera 13 febbraio 2015

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NAPOLI - L’Albergo dei Poveri è una delle testimonianze più alte del despotismo illuminato di re Carlo di Borbone; destinato a ospitare i poveri e i diseredati del Regno, ma anche adolescenti e giovani perché imparassero un mestiere. La sua progettazione fu affidata a un insigne architetto fiorentino come Ferdinando Fuga che aveva già lavorato a Roma al Palazzo del Quirinale con la “manica lunga” e al Palazzo della Consulta. A Napoli nel 1751 iniziarono i lavori: il cantiere rimase aperto per decenni e mai concluso. Il progetto originario, così come lo si vede nella mappa del Duca di Noja, prevedeva cinque corti e la fabbrica era lunga oltre 600 metri; fu realizzata, nel tempo, a tre corti e la facciata attuale è lunga ben 385 metri.
Fu infatti progettato per ospitare, separandoli per sesso ed età, ottomila ospiti. Il progetto originario di Fuga rimase incompiuto alla sua morte nel 1781 e successive modifiche furono apportate da Mario Gioffredo, Carlo Vanvitelli e Francesco Maresca. Non è questa l’occasione per far la storia aggrovigliata della fabbrica: Paolo Giordano nel sontuoso volume L’Albergo dei poveri a Napoli ( La scuola di Pitagora editrice, foto di Mimmo Jodice, 400 pagine), con il suo pluriennale lavoro di rilievo e d’indagini sul campo ci offre una rassegna esemplare di splendidi disegni, che mettono in evidenza il registro compositivo adottato da Fuga. Questi era un figlio della cultura illuminista, ma capace anche di soluzioni innovative quale è quella di collocare nella corte centrale (in miserevole disfacimento) una grande chiesa a pianta centrale con quattro navate a croce di Sant’Andrea dove raccogliere, ancora separatamente, gli uomini e le donne, i bambini e le bambine.
Un vero Panopticon che sarebbe piaciuto a Michel Foucault, il quale — posso testimoniarlo — mai l’aveva visto. Meccanismi di separazione tipologica; analisi dei flussi di percorso degli ospiti all’interno dell’edificio; individuazione delle diverse strutture di collegamento verticale destinate agli ospiti o ai ministri dell’edificio: sono questi i punti salienti chiariti dalla più recente ricerca sull’Albergo dei Poveri, su cui spicca una storica come Elizabeth Kieven. Paolo Giordano con le sue ricerche e i suoi rilievi, ha posto basi solide per ogni futuro intervento, consentendo alla Soprintendenza ai Beni Ambientali e Architettonici di Napoli e al Comune di Napoli di predisporre, nel 2002, un progetto di restauro e riconfigurazione dell’Albergo dei Poveri. Purtroppo i recenti lavori di restauro che si sono allontanati dall’ipotesi predisposta da Giordano, non fanno ben sperare.
La monocromia bianca attribuita recentemente all’edificio settecentesco rappresenta una contradictio con le reali caratteristiche d’identità della fabbrica. Al di là dello scandaloso abbandono, la morfologia e la tipologia dell’edificio nella sua secchezza è tale che molte ipotesi d’uso sono possibili. Non certo quello prospettato in una ricerca commissionata dal sindaco Bassolino e dall’assessore De Lucia che prevedeva un fantomatico Museo del Mediterraneo e persino un hotel di lusso (sic!). Né è credibile l’ipotesi pure avanzata di farne una «Città per i bambini», quasi un’inclinazione sadiana per i poveri malcapitati. Il problema essenziale è che il restauro della fabbrica non può condursi pezzo per pezzo, ma deve essere chiara la visione dell’insieme e la destinazione d’uso che avrà. Una così immensa fabbrica dovrà avere di necessità un uso polifunzionale. Chiunque può leggere quanto scrissi sul tema in Bella Italia. Patrimonio e paesaggio tra mali e rimedi ( Electa, 2007). Il progetto di fattibilità va condotto in concerto con l’ipotesi di restauro. Qualunque studioso di questi argomenti sa benissimo che queste ipotesi debbono procedere su binari paralleli: conoscenza del manufatto analitica (finalmente c’è!), valutazione degli interventi da compiere, ipotesi di riuso, dunque analisi dei costi e dei benefici che si traggono dall’una o dall’altra ipotesi. Una delle storture concettuali più perversamente diffuse nel nostro tempo è che l’economia sia la scienza delle scienze, una scienza (esatta?) dominante a cui piegare i monumenti e talvolta la vita degli uomini.
L’Albergo dei Poveri è una fabbrica ben più delicata del Lingotto di Torino (un modulo in cemento armato) e qualunque ipotesi d’uso deve — in primis — misurarsi con la qualità architettonica del manufatto e con la sua storia. La soluzione che avanzai fu quella di un mallo di funzioni, a cui aggregare molteplici attività congrue: pensai che questo mallo potesse essere la Biblioteca Nazionale, oggi a Palazzo Reale in spazi del tutto inadeguati alla crescita dei due milioni di volumi e alle funzione di una moderna biblioteca. A sostegno di questa ipotesi c’è il vantaggio di liberare larghi spazi in Palazzo Reale e ricondurli alla sua naturale destinazione museale. Lasciando in Palazzo Reale solo i nuclei bibliotecari più antichi e preziosi. Come è accaduto a Parigi con la Biblioteca Nazionale di Francia che conserva, in centro, solo il nucleo storico della Biblioteca Doucet e ha trasferito a Bercy la BN. Gli spazi di Fuga sono per la loro razionalità illuminata del tutto idonei a ospitare una biblioteca senza che si debba intaccare o ledere i caratteri tipologici dell’Albergo. Ma è insensato procedere a mozzichi e bocconi. Un complesso analogo all’Albergo dei Poveri, pressoché contemporaneo, nel centro di Madrid è divenuto una sorta di Beaubourg spagnolo: il Centro de Arte Reina Sofia ospita mostre e spettacoli, attività scientifiche e didattiche, centri commerciali e per il tempo libero.
Nei vastissimi spazi dell’Albero dei Poveri potrebbero essere ospitate attività idonee e indispensabili a una grande biblioteca: studi, istituzioni di formazione pubbliche e private, scuole e laboratori per il restauro dei libri e della rilegatura, laboratori artigiani per restauri d’opere d’arte e di mobilia, gallerie d’arte: attività a cui potrebbero concorrere istituzioni pubbliche e private, auspicando che queste ultime battano un colpo. Lo stato penible è tale da non meritare commenti. La questione è da anni nelle deboli mani del sindaco, ma investe direttamente il ministro Franceschini perché l’Albergo dei Poveri non è un relitto da rottamare: è una delle fabbriche più insigni e possenti dell’Europa dei Lumi ridotta a rovina piranesiana.

mercoledì 11 febbraio 2015

Roberto Ciccarelli: Il governo delle "risorse umane" @ Il manifesto 10Feb2015 (recensione del libro di Massimiliano Nicoli "Le risorse umane")


Il governo  delle  «risorse umane» 


di Roberto Ciccarelli


Il Manifesto, 10 febbraio 2015


Neoliberismo. Massimiliano Nicoli, Le risorse umane (Ediesse). Come, e perché, l'impresa è diventata la nostra forma di vita e il management l'unico discorso sull'«umano». Un libro prezioso sia dal punto di vista della documentazione, sia dal punto di vista critico
L’egemonia della cul­tura dell’impresa neo­li­be­rale emerge nei luo­ghi più ina­spet­tati. Quando la Cgil invita ai con­ve­gni Luigi Ber­lin­guer, già mini­stro dei Ds che rifor­ma­rono l’università intro­du­cendo le pra­ti­che con­ta­bili, ban­ca­rie e azien­da­li­sti­che per quan­ti­fi­care i «cre­diti» di un corso di stu­dio per uno stu­dente o la nozione di «capi­tale umano» per incre­men­tare il suo port­fo­lio di com­pe­tenze e com­pe­tere sul mer­cato del lavoro gra­zie alla «for­ma­zione continua».
Oppure quando un par­tito della sini­stra ita­liana orga­nizza il suo labo­ra­to­rio pro­gram­ma­tico chia­man­dolo «Human Fac­tor», senza accor­gersi (o forse era voluto?) che il con­cetto di «fat­tore umano» è il pila­stro della scuola delle rela­zioni umane che ha rivo­lu­zio­nato le teo­rie del mana­ge­ment negli anni Venti del XX secolo e oggi costi­tui­sce il rife­ri­mento delle teo­rie neo­li­be­rali sul mar­ke­ting. Segnali di que­sto tipo atte­stano che il discorso dell’impresa è diven­tato la forma di vita in cui si danno oggi tutte le rela­zioni in una società.
Un utile stru­mento di orien­ta­mento e deco­di­fi­ca­zione dell’orizzonte appa­ren­te­mente insu­pe­ra­bile dell’impresa, e del suo lin­guag­gio ormai natu­ra­liz­zato, è il libro del filo­sofo Mas­si­mi­liano Nicoli Le risorse umane (Ediesse, pp. 239, 12 euro). Un libro pre­zioso sia dal punto di vista della docu­men­ta­zione (è una ras­se­gna delle teo­rie sulla gestione d’impresa sin dalla fon­da­zione con Ford e Tay­lor), sia dal punto di vista cri­tico (l’autore è un inter­prete di Michel Fou­cault e della sua let­tura del neo­li­be­ri­smo e della biopolitica).
La con­giun­zione tra il discorso pub­blico e l’immaginario del sog­getto impren­di­tore si è sal­data fin dagli anni Set­tanta, si è con­so­li­data nella rivo­lu­zione con­ser­va­trice di That­cher e Rea­gan, è diven­tata uni­ver­sale dopo la caduta del Muro di Ber­lino. L’idea della spe­cia­liz­za­zione fles­si­bile della pro­du­zione post­for­di­sta (lean pro­duc­tion e pro­du­zione just-in-time o on demand) ha incon­trato la stra­te­gia dell’innovazione per­ma­nente e della for­ma­zione con­ti­nua. La tra­sfor­ma­zione del modo di pro­du­zione ha defi­nito l’esistenza di un nuovo cit­ta­dino al quale è oggi richie­sta la par­te­ci­pa­zione al capi­tale, la col­la­bo­ra­zione desi­de­rante alla pro­pria alie­na­zione, l’interiorizzazione delle colpe dei domi­nanti sotto forma delle poli­ti­che dell’austerità e del debito.
Nicoli mostra come la forma-impresa sia diven­tata una forma di vita, men­tre la sog­get­ti­vità è con­ce­pi­bile solo come un dive­nire impresa del sé e del rap­porto con gli altri. «La con­nes­sione tra post­for­di­smo e neo­li­be­ra­li­smo non solo asse­gna ai mer­cato un ruolo “ale­tur­gico”, cioè di mani­fe­sta­zione del vero e di test della vali­dità delle pra­ti­che poli­ti­che – scrive — ma indi­vi­dua nella sog­get­ti­vità indi­vi­duale un altro luogo di “veri­di­zione” in cui si mani­fe­sta la nozione neo­li­be­rale di “capi­tale umano”. Ciò che resta della sto­ria è noto: la poli­tica, come la cono­scenza, o qual­siasi forma di vita attiva, oggi sono l’espressione del mana­ge­ment delle risorse umane eser­ci­tato attra­verso le tec­ni­che della valu­ta­zione, espo­si­zione o con­fes­sione che tra­sfor­mano gli indi­vi­dui in unità-imprese».
Il libro di Nicoli non si occupa diret­ta­mente delle alter­na­tive a que­sto dispo­si­tivo di governo delle menti e dei corpi. Quanto scrive è tut­ta­via il risvolto di una ricerca che oggi impe­gna il dibat­tito poli­tico più avan­zato. Il suo metodo ricorre agli stru­menti della genea­lo­gia di Fou­cault e si eser­cita sui saperi «grigi» dell’organizzazione d’impresa, facendo emer­gere le sfu­ma­ture del neo­li­be­ri­smo dalle bio­gra­fie dei mana­ger o dalla ster­mi­nata let­te­ra­tura sulle rela­zioni d’impresa pro­dotta in un secolo. Le mappe remote del pre­sente così trac­ciate dimo­strano che la tra­sfor­ma­zione delle strut­ture del governo oggi non pas­sano dai saperi «inco­ro­nati» dalle cat­te­dre, dalle isti­tu­zioni o dai loro corpi inter­medi, ma dalla cri­tica ser­rata degli oggetti «bassi» come il mana­ge­ment di impresa che hanno colo­niz­zato la vita.